Il Sole 24 Ore
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23 MARZO 2015

Le cose cambiano /2

di Giuliano da Empoli


La rivoluzione generazionale dei bamboccioni va presa sul serio, anche se appare improbabile, anche se non ha regole, anche se non ha una guida. Anzi, proprio per questo.
Cuthbert Binns è il personaggio più noioso di tutta la saga di Harry Potter. Anziano, calvo con una barba da Matusalemme, si rivolge agli studenti di Hogwarts con la voce monocorde di chi ha rinunciato da tempo a suscitare qualunque emozione. D'altra parte, una scusa Mr Binns ce l'ha: è morto. Solo che non se n'è accorto e ha continuato a presentarsi in classe. La sua materia? La storia, beninteso. Cos'altro potrebbe insegnare il professore più inutile e barboso dell'intera scuola di magia?

Gli italiani non hanno aspettato J. K. Rowling per convincersi della completa sterilità del passato. Basta vedere come abbiamo celebrato i centocinquant'anni dell'Unità d'Italia. Una serie di convegni che avrebbe stroncato il più pedante degli assistenti di Mr Binns. Qualche centinaia di milioni buttati in grandi opere assurde, forse concepite come doveroso tributo a tutte le cattedrali nel deserto costruite nel corso dell'ultimo secolo e mezzo. E, a coronare il tutto, il disperato (ma riuscitissimo) tentativo della televisione di Stato di iniettare un po' di sano trash catodico nei festeggiamenti. Con Pippo Baudo e Bruno Vespa che consacrano le celebrazioni in uno dei peggiori flop delle loro onorabili carriere, e Manuela Arcuri a condurre una diretta dall'Altare della Patria che rimarrà più che altro come prezioso documento della persistenza dell'analfabetismo in Italia, nonostante centocinquant'anni di sforzi per sradicarlo.

Si dice spesso che il nostro Paese non riesce più a immaginare il futuro. Ma il vero problema è che abbiamo perso di vista il passato. Non riusciamo più a collocarci in una traiettoria storica, a inquadrare il nostro presente sulla base del percorso che ci ha condotti fin qui. Un po' come il dormiglione di Woody Allen, che si risveglia all'improvviso in un futuro del quale non riesce a capire il senso. Per questa ragione siamo intrappolati sotto la cappa di un eterno presente privo sia di memoria sia di prospettive. Nel quale tutto – dibattiti, problemi e personaggi, soprattutto personaggi – si ripresenta continuamente sotto forma di farsa.

La diagnosi è resa ancor più brutale dal confronto con le celebrazioni per il centenario dell'Unità, che si tennero a Torino nel 1961. In quella occasione, un Paese che traboccava d'immaginazione e di energia mise in scena non il Risorgimento con i suoi eroi, ma i tanti risorgimenti di una cultura capace di reinventarsi anche (o forse soprattutto) a partire dai periodi di crisi più nera. All'epoca, quattro milioni di visitatori cavalcarono la monorotaia che faceva il giro dell'area espositiva, contemplarono sbalorditi l'allestimento di Gio Ponti sulla civiltà del lavoro e se ne tornarono a casa con la sensazione di avere in tasca un pezzo di futuro.

«Ma cosa pretendi?» osserverà qualcuno. Quello era un Paese in pieno boom, che stava recuperando in vent'anni il ritardo – economico e culturale – accumulato in un paio di secoli rispetto ai principali Paesi europei. Non a caso si è parlato, non solo da noi, di miracolo italiano. E, com'è noto, i miracoli hanno la tendenza a non ripetersi.
Giusto. Aspettarsi dall'Italia prospera e stanca dei giorni nostri la stessa vitalità esuberante dei primi anni Sessanta sarebbe come chiedere alla divina Anita Ekberg di tornare a immergersi nella vasca della Fontana di Trevi. Non si può fare. Il tempo passa, i cicli si compiono e ogni età porta con sé le sue gioie e le sue sofferenze.

Già. Ma c'è modo e modo. La maggior parte delle star hollywoodiane invecchia placidamente tra le piscine e i campi da golf di Beverly Hills. Qualcuna si ritira ad allevare cavalli in una fattoria del Montana. Altre continuano a inseguire i flash dei fotografi tra Madison Avenue e i grandi alberghi della Rive Droite. Anita Ekberg, invece, ha consumato gli ultimi anni in una casa di riposo della provincia laziale. Qualche tempo fa, un amministratore nominato d'ufficio dal Tribunale di Velletri si era rivolto alla Fondazione Fellini: pare che l'attrice, in miseria, non avesse i soldi per tornare a vivere a casa dopo un ricovero in ospedale. All'inizio di quest'anno, al suo funerale non si sono presentate né una star, né un'autorità: la chiesa era semivuota. In pratica, come se La dolce vita non ci fosse mai stata.

Fuor di metafora. Nessuno si aspetta che l'Italia del 2015 faccia registrare gli stessi tassi di crescita del 1960. Quelli sono numeri riservati alle economie in fase di sviluppo e non a caso, oggi, appartengono al Vietnam e all'Angola. Anche in un contesto di questo genere, però, le grandi potenze industriali dell'Occidente continuano a giocare un ruolo, a produrre innovazione e, in qualche misura, a crescere. L'Italia intera sembra invece avere imboccato la strada dei giardinetti di Velletri.
A mio parere, ciò dipende dall'amnesia assai più che dallo spread. E fino a quando permetteremo che la memoria di una delle nostre stagioni più gloriose sopravviva a malapena all'estrema periferia della coscienza nazionale, non ci sarà manovra finanziaria in grado di farci uscire dalla crisi.

Mi rendo conto di essere in minoranza. Chi vuole rimettere in moto l'Italia in genere invoca gli ingegneri (che non produciamo a sufficienza), la ricerca scientifica (sulla quale investiamo percentuali da prefisso telefonico), le magnifiche sorti e progressive delle nanotecnologie, della bioingegneria, delle neuroscienze. Roba da Dottor Spock, più che da Mr Binns. Tipi abituati a scandagliare ansiosamente il futuro con gli algoritmi e le curve esponenziali. Ma se vogliamo davvero costruire una prospettiva per l'Italia è meglio fare il contrario. La domanda che dovremmo porci con più urgenza non è cosa ci riservi il futuro. Ma cosa abbia in serbo per noi il passato.
La storia non è solo uno sterile cumulo di date e di personaggi in costume. Quella è la versione dei gondolieri, di tutti quelli che si sono ritagliati una nicchia di rendita nel nostro patrimonio. E lì stanno, come topi nel formaggio, con i fucili puntati contro chiunque si azzardi a muovere un dito.

Due secoli fa, Goethe paragonava già gli italiani ai personaggi che vivono alla corte dei re: viziati dal bello accumulato dalle generazioni passate. In parte aveva torto, perché nel frattempo il nostro Paese ha dato vita a diverse altre stagioni di innovazione culturale. Però la tendenza denunciata da Goethe esiste. In assenza di una forte volontà contraria, in Italia il passato tende a schiacciare il presente e il futuro. La tentazione di trovarsi uno sgabello alla corte dei giganti che ci hanno preceduto e di vivere di rendita è sempre molto forte. A Venezia è più facile – da secoli – fare il gondoliere che produrre qualcosa di nuovo. Ecco perché, di tanto in tanto, qualcuno prova a ribellarsi.
Hanno cominciato i futuristi, all'inizio del secolo scorso, con il loro bellicoso manifesto pubblicato sulle colonne del Figaro: «Vogliamo liberare questo Paese dalla sua fetida cancrena di professori, d'archeologi, di ciceroni e d'antiquari. Già per troppo tempo l'Italia è stata un mercato di rigattieri. Noi vogliamo liberarla degl'innumerevoli musei che la coprono tutta di cimiteri…».
Come? Rinunciando alla pastasciutta – che «agli italiani non giova» dicevano – e radendo al suolo i monumenti del passato per sostituirli con autostrade sfavillanti. «Suvvia! Date fuoco agli scaffali delle biblioteche! Sviate il corso dei canali, per inondare i musei! Oh la gioia di veder galleggiare alla deriva, lacere e stinte su quelle acque, le vecchie tele gloriose! Impugnate i picconi, le scuri, i martelli, e demolite, demolite senza pietà le città venerate!»

È l'eccesso opposto, il sogno della tabula rasa, l'invidia un po' ridicola che proviamo nei confronti dei luoghi meno oppressi dalla storia e meno carichi di testimonianze della nostra insignificanza. Il complesso d'inferiorità di tutti quelli che vorrebbero somigliare a qualcun altro: americani, sovietici, tedeschi o cinesi.
A intervalli regolari, l'utopia futurista si è ripresentata nella storia d'Italia, partorendo non solo testi letterari, ma fatti concreti. Porto Marghera e Valle Giulia. I balzi in avanti e le albe rivoluzionarie. I piani quinquennali e le cattedrali nel deserto. Tutti i tentativi di violentare il Dna italiano per renderci più simili a un ideale di modernità che esiste solo nella testa di qualche virtuoso del prêt-à-penser.
Ancora oggi, i gondolieri del «com'era, dov'era» e del «giù le mani dalla cultura» si scontrano con i futuristi del «facciamo come a Palo Alto e a Singapore». In apparenza sono contrapposti. Ma in realtà rappresentano la stessa cosa. Entrambi vedono il passato come un punto fisso, immobile, privo di vita. Gli uni vogliono rifugiarcisi per scaldarsi al fuoco della nostalgia di un piccolo mondo antico. Gli altri sognano di lasciarselo alle spalle, volando via con l'astronave. Ma per i gondolieri, come per i futuristi, il passato è quello che è, scolpito nel marmo, una volta per tutte.

Invece è vero esattamente il contrario. Il passato cambia in ogni momento, secondo il punto di vista da cui lo osserviamo. Quando gli abitanti di Matera si affacciavano sui Sassi, trent'anni fa, vedevano ancora la vergogna d'Italia denunciata da Carlo Levi e da De Gasperi. Poi è arrivato un gruppo di ragazzi che ha iniziato a considerare quelle case scavate nella roccia uno spazio aperto alla reinvenzione. Oggi i Sassi sono un laboratorio contemporaneo – e Matera la Capitale europea della Cultura nel 2019.
Al picco dell'era industriale, fondata sui grandi numeri e sui modelli standard, i nostri artigiani sembravano dinosauri. La sopravvivenza di un'antica tradizione destinata a essere spazzata via dalla modernità. Oggi sappiamo che quello è il futuro della manifattura: piccole produzioni di qualità, cariche di senso e fatte su misura.
Visto dai cinefili, La dolce vita era un capolavoro del passato. Una delle infinite glorie in bianco e nero che affollano i nostri musei. Poi è arrivato Paolo Sorrentino e ha capito che il gesto di Fellini era ancora attuale. Che lui poteva riprenderne il filo per raccontare al mondo la Roma di Dagospia.

Sono nate tutte così, le storie più belle dell'Italia contemporanea. Né dalla plastificazione dei gondolieri. Né dalla tabula rasa dei futuristi. Dalle radici di un Paese che ha deciso cinque secoli fa di fare della cultura il cuore del suo modello di sviluppo. E dal gesto impertinente di qualcuno che, di tanto in tanto, prova a riconquistarle, anche a costo di scandalizzare qualche custode di museo.
Oggi una nuova generazione si affaccia sulla scena. Di tutte è la più improbabile, quella che nessuno si aspettava di veder spuntare tra gli ori dei palazzi e i riflettori degli studi televisivi. Li chiamavano bamboccioni, i nati tra la fine degli anni Sessanta e l'inizio degli anni Ottanta. Sembravano il vaso di coccio tra due generazioni di ferro. Quella lirica, sicura di sé, dei figli del '68 e del '77. E quella digitale, altrettanto sicura di sé, degli iPhone e dei social network. Da una parte i nativi dell'ideologia, dall'altra quelli della tecnologia. Entrambi abituati al tutto e subito. Insofferenti nei confronti di qualsiasi ritardo e di ogni tentennamento. Nel mezzo, la generazione X, incerta su tutto, composta di individui diversi perfino da se stessi, figuriamoci dagli altri. La classe d'età meno uniforme della storia, la più sciancata, al punto che nessuno era mai riuscito a definirla in positivo. Un'armata Brancaleone di disadattati, insicuri che provavano a costruirsi una scialuppa con due tavole di cartone e un rotolo di scotch. Il fai-da-te come unica prospettiva esistenziale. Mai un manuale d'istruzioni che fosse uno.

Eppure, da questo insieme di debolezze è scaturita una forza imprevista. La dimissione dei maestri e dei padri ha costretto trentenni e quarantenni a scavare più a fondo, ad andare a cercare modelli più indietro nel tempo. Così, molto spesso hanno finito con l'imbattersi nei nonni, più disponibili a tramandare la passione per la semplicità scabra delle cose prese una per una, per l'immediatezza della natura e dell'esperienza – come diceva uno dei maestri più grandi di quell'età, Nicola Chiaromonte. Si parla sempre dei cervelli fuggiti, degli italiani che mietono successi nelle aziende e nei centri di ricerca di Sydney e di Boston. Ma ce ne sono tanti altri che, anziché cercare nella geografia la chiave della loro riuscita, l'hanno trovata nella storia. Dai casi più eclatanti – Sorrentino, Saviano, Renzi – fino alle migliaia di imprenditori, di studiosi, di artisti che stanno reinventando il modello italiano, i trenta-quarantenni che producono un impatto sull'oggi hanno una curiosa caratteristica in comune: l'inattualità. Sono tutti un po' sfasati, rispetto al nostro tempo. Ed è proprio questa impercettibile dissonanza che permette loro di essere contemporanei fino in fondo, di indirizzare il proprio tempo, anziché farsene schiacciare.

Anche perché il secondo carattere che hanno in comune è un'inattesa vena sovversiva. Non la trasgressione obbligatoria dei sessantottini, il Libretto Rosso della rivoluzione in marcia, la provocazione concepita a tavolino per épater la bourgeoisie, bensì l'esatto contrario. La trasformazione inesorabile dell'anfibio costretto a sviluppare i polmoni se vuole respirare fuori dall'acqua, il gene in più della mutazione casuale che fa evolvere la specie. Quando tutti i prontuari che ti hanno costretto a imparare a memoria sono sbagliati e, nella pratica, ti portano fuori strada, l'unica possibilità di sopravvivenza è il bricolage, esistenziale e professionale. Non ci sono guide, né regole, né tabù. Giusto è quello che funziona, anche se contraddice tutti i dogmi. L'unica vera eresia sarebbe attardarsi a celebrare i rituali stanchi delle divinità morte.

Il risultato è uno strano laboratorio, nel quale è difficile orientarsi. Non c'è da stupirsi che i commenti degli editorialisti oscillino tra l'annotazione folcloristica e il punto di vista di Oscar Wilde: «La nuova generazione è spaventosa. Mi piacerebbe tanto farne parte».
La rivoluzione generazionale va presa sul serio, nonostante i suoi limiti e le contraddizioni. Non è una fase, una crisi, né tantomeno un'aberrazione. «Bisogna avere il coraggio di ammetterlo – scrive il reazionario de Maistre a proposito della Rivoluzione francese – abbiamo frainteso la rivoluzione della quale siamo testimoni; a lungo l'abbiamo presa per un evento. Ci sbagliavamo: è un'epoca». Quella alla quale stiamo assistendo non è certo la Rivoluzione francese (benché abbia prodotto anch'essa i suoi girondini e i suoi giacobini…). Ma non è neppure un episodio. Il ribaltamento del principio di anzianità è una tendenza di lungo periodo, che dipende da evoluzioni tecnologiche, economiche e sociali e interessa le élites di tutti i Paesi industrializzati. Merita di essere analizzata seriamente, non come un fenomeno da baraccone. Soprattutto, vale la pena di capire quale sarà l'impatto di un cambiamento del genere su quello che resta pur sempre un Paese vecchissimo, per storia e composizione anagrafica. «Qui non muore mai nulla» si legge sulla porta di una celebre osteria romana. In Italia, la prova del potere coincide sempre con la prova della storia. E le trappole dei gondolieri, come quelle dei futuristi, aspettano al varco ogni nuova classe dirigente.


23 MARZO 2015