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MiTo, si dimettono Micheli, Restagno e Colombo

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MiTo, si dimettono Micheli, Restagno e Colombo

Anche le dimissioni le dà con stile: intorno a un buon caffè, nelle tazzine anni Settanta di Giò Ponti. Simbolicamente hanno disegnati dei piccoli sciatori, che volano liberi e leggeri. Siamo nella casa milanese di Francesco Micheli, con la leggendaria quadreria e l'affaccio sulla Torre del Filarete. Mito, il Festival che il finanziere-musicista (ma prima musicista che uomo di finanza) ha fondato nove anni fa, si è appena chiuso, di nuovo – per l'ennesima volta – con un successo straordinario. Di pubblico, di artisti, di conti in ordine.

Ma Micheli, il timoniere, lascia. Si dimette. E con lui lasciano la nave anche il direttore artistico, Enzo Restagno, e Francesca Colombo, segretario generale. Come dire, Mito capitola, non ha più teste e anima. La rassegna, con tre settimane fitte di musica di alto profilo, in dialogo tra generi diversi, magari continuerà. Difficile pronosticare se con questa formula felice.

Le lettere di consegna sono già state spedite ai sindaci di Milano e Torino, rispettivamente presidenti delle due sedi del Festival. Non presentano motivazioni particolari. Cita un aforisma di Theodor Seuss, Francesco Micheli, stralciandolo dalla missiva che ha appena raggiunto la scrivania di Pisapia, in Giappone: “Non piangere perché è finita, sorridi perché è accaduto.” I nove anni “mitologici” lo hanno gratificato non solo per il successo di pubblico, ma per la nascita di una platea speciale, curiosa, trasversale, entusiasta, che la Milano un po' distratta degli ultimi anni non avrebbe mai immaginato. Tante erano state le critiche, agli esordi di Mito. E sui due fronti: sia da Torino, che si sentiva scippata della storica trentennale rassegna di Settembre Musica (sul cui tronco si sarebbe innestato il Festival, ma con tutt'altro passo) sia da Milano, dove le realtà musicali urbane non avevano dato un elegante benvenuto alla nuova dirompente arrivata.

“Ogni sette anni cambio mestiere”, dice Micheli, di nuovo con voce originale e controcorrente, nel Paese delle sedie immobili. E strizza l'occhio: “Mi piace lanciare nuove start-up. Mito è no-profit, peccato, perché è andata così bene che l'avremmo potuta vendere.” Gioca, sorride, nessun rimpianto. “Lascio in allegrezza”. E gli fa eco Restagno, da Torino, già con le valigie pronte per Parigi: “Compirò tra poco 74 anni, da trenta sono direttore artistico. E' stata un'esperienza bellissima, ma ho bisogno di voltare pagina e ripartire in altra direzione.” Parigi lo attende, in cantiere un nuovo libro su Debussy. E Micheli? La musica?

È sempre stata il suo centro. Insieme ai quadri, certo. Ma da figlio di professore di Conservatorio e compositore, comparsa alla Scala ai tempi del liceo (“e guadagnavo un po' di più se erano previsti i baffi”), competente, appassionato, pianista vero, amico e stimato da una famiglia enorme di artisti, da Pollini a Accardo a Muti, adesso cosa inventerà? Si liquiderà l'Associazione per il Festival Internazionale della Musica di Milano, una risorsa preziosa, che sarebbe un sogno tenere in cordata, e verrà lanciato un bando per le nuove cariche. “Resta una macchina perfettamente organizzata e ben congegnata. Con bilanci in pareggio, nonostante un budget, di tre milioni, dimezzato rispetto alla partenza.” Resta il sogno di una Milano felice, curiosa, attenta sulla musica. Sensibile alla cultura come bene fondamentale. E grata a Mito: allo stile nuovo, fatto di serietà, precisione, lavoro, che come un buon augurio a settembre ci aspettava e si distribuiva in città, dal centro alle periferie. Sulle note, per dire quello che le parole non sanno.

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