Cultura

Una società civile e religiosa

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Scienza e Filosofia

Una società civile e religiosa

  • –di Sebastiano Maffettone

Jürgen Habermas è il più grande pensatore sociale e politico vivente. Tedesco, professore emerito presso l’Università Goethe di Francoforte, è autore prolifico oltre misura (credo che nessuno sia riuscito a leggere tutto quello che ha scritto). La cosa notevole, però, è che a tanta quantità Habermas aggiunge una profondità e direi una densità di pensiero ineguagliabili. Ciò rende la lettura di ogni suo libro –anche per chi come il sottoscritto lo conosce da decenni – un’impresa ardua. Quasi sempre, però, lo sforzo viene ricompensato da quanto si apprende leggendolo. Questa premessa sarebbe necessaria per tutte le opere del nostro, ma lo è particolarmente per questo suo volume dedicato a Verbalizzare il sacro.

Ciò per almeno tre ordini di motivi: (i) il tema dell’uso pubblico della religione è centrale nell’ambito del pensiero politico contemporaneo; (ii) il libro in questione è un misto di scritti programmatici e di scritti di occasione (risposte ai critici, interviste, commenti ad altri autori); (iii) nelle tre parti in cui il volume e diviso il tema dell’uso pubblico della religione appare trattato in maniera diversa, anche se ovviamente con sovrapposizioni non banali.

Di questi tre punti, ritengo si possa evitare di discutere il secondo che pure rappresenta una difficoltà per il lettore, anche perché – come nel caso dell’intervista a Mendieta – Habermas riesce talvolta negli scritti minori a dire le stesse cose che sostiene in quelli maggiori ma in maniera più esplicita e diretta. Restano i punti (i) e (iii), che sono tra l’altro collegati tra loro. Cominciamo dall’uso pubblico della religione in quanto tale, inteso come possibilità di adoperare temi e linguaggi di ispirazione religiosa nell’ambito del dominio politico.

Da questo punto di vista, Habermas ripete all’incirca quanto sostenuto da Rawls in Liberalismo politico: lo stato liberaldemocratico è e deve essere secolare, ma lo stesso non vale per la società civile. Quest’ultima si rivela spesso e volentieri permeata di religiosità, e non si può pretendere che le visioni religiose dei cittadini siano oscurate in politica. Questa situazione di fatto rende necessaria una qualche forma di traduzione del discorso religioso quando diventa istituzionale. Cosa che vale per altro anche per il discorso laico ideologicamente interpretato.

Fin qui, dunque, niente di nuovo sotto il sole, se non la consueta capacità di Habermas di esplorare il problema in tutta la sua complessità, facendo per esempio ricorso anche al lavoro dei teologi. Le cose si complicano, invece, quando prendiamo sul serio gli altri due approcci che Habermas affronta con l’usuale dovizia di argomenti. Si tratta della teologia politica alla Carl Schmitt, su cui il nostro è sostanzialmente liquidatorio (definisce Schmitt «il giurista del Führer»). Interessantissimo, ma oltremodo complesso, è infine il terzo approccio alla questione, sarebbe a dire il modo in cui il rito di ispirazione religiosa apre a quel mondo della vita da cui dipendono i processi di identità individuali e collettivi. Su questo punto l’invito è a una riflessione ulteriore che potrebbe coinvolgere il meglio del pensiero politico anche in Italia.

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