
La Sofia è una principessa dal cuore gentile amante delle cose belle e profumate, ragion per cui questo è il tempo che appena finita la scuola, quella che ancora non danno i voti ma per le principesse è pur sempre una dura scuola di aristocratica disciplina, prende la regina madre per la collottola e si fa portare qui da noi a fare la sua regale scampagnata di fiori e fiorellini; qui nel nostro giardino, che è pur sempre alla mercé di sua grazia. Che altro siamo noi se non servi della sua gleba, umili e affaccendati conservatori delle bellezze del suo regno?
Ha celebrato il suo quarto genetliaco all’inizio della primavera, quel giorno raccolse con le sue graziosette manine un metro cubo di candidi mughetti, di gialli narcisi e di rossi tulipani, un tesoro di cui si è adornata con tal leggiadra vaghezza da porre seriamente in dubbio l’opportunità istituzionale di un presidente della repubblica ancora decorosamente in carica.
Ed è un fatto, mi si creda, che all’incedere del suo passo leggero e danzante non c’è famiglia floreale, neppure la più umbratile e riottosa, che non si getti ai suoi piedi smaniosa di esser anche solo sfiorata dai suoi piedini.
Adesso la principessa Sofia è lì, nobilmente accosciata all’ombra della robinia cremosa, tiene tra le mani pensosa, lontana, chimerica, la rosa antica che ho reciso e spinato per lei. La robinia è gravida di fioritura, un refolo lieve come di sospiro innaffia la principessa di una fitta e volubile pioggia di petali profumati. Lei se ne ristà, io vorrei essere principe e azzurro.
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