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Altro che spostati: viva gli irregolari!

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AMY BLOOM

Altro che spostati: viva gli irregolari!

Il lettore paziente, che arriva alle ultime righe dei ringraziamenti in appendice al romanzo Beate noi, scopre che l’autrice Amy Bloom è cugina del grande critico Harold, esperto di canoni romanzeschi di tutti i tipi. Anche Amy se ne intende di romanzi e in questo nuovo libro tradotto in italiano (con molta perizia da Giancarlo Cuva) mescola diverse carte narrative. Troppe talvolta, col rischio di stordire il lettore, ma anche con il merito di affascinarlo con una scrittura piena di invenzioni che, inoltre, non perde mai il proprio tono: quello di una voce leggera e ironica anche quando racconta le più nere sventure e sgradevolezze della vita.

La storia comincia nel 1939, e le date ci seguono lungo tutto il corso della narrazione perché quel frammento di tempo tra guerra e dopoguerra ha un che di unico che l’autrice ci tiene a sottolineare. Una ragazzina di dodici anni viene abbandonata dalla madre sulla soglia della casa del padre, affettuoso ma discontinuo amante della donna, al momento in cui la legittima moglie di lui è appena deceduta. Subito si delinea l’ antagonismo che attraversa tutta la storia tra chi è legittimo e chi non lo è, tra chi ha le carte in regola e chi non ce l’ha. All’inizio sembra che a non avercele sia soltanto Eva, la ragazzina, ma a poco a poco nel gorgo dell’irregolarità entrano tutti i personaggi, che sono davvero tanti: la sorellastra Iris, dotata ma sventata nei suoi travolgenti amori per le donne, il padre che si finge un inglese colto ed è invece un avventuriero ebreo che alla fine della vita vuole parlare solo in yiddish, un trovatello sempre ebreo che viene rapito da Iris per soddisfare il desiderio di maternità della sua amante, il fidanzato di lei di origine tedesca che è sospettato di essere una spia e finisce in Germania dove si converte all’ebraismo, un gay messicano parrucchiere delle dive hollywoodiane che si accolla la sgangherata famiglia.

Impossibile riassumere che cosa succede al gruppo perché non c’è avventura o disavventura che gli venga risparmiata. Attraverso la voce di Eva, ma anche attraverso lettere, spedite e no, che i personaggi si indirizzano, percorriamo tutto l’arco di tempo della guerra fino all’inizio del dopoguerra, con una fuga a Hollywood dove Iris viene coinvolta prima in un’orgia lesbica poi in un catastrofico gossip scandalistico, un’altra fuga a New York nella casa di italiani miliardari volgari ma buoni, e ancora altri traslochi, per approdare infine a una sorta di ritrovata normalità quando la piccola Eva si improvvisa cartomante prima di affrontare i test di ammissione per la facoltà di medicina. In questa materia variegata e anche estrema materia Amy Bloom non si perde e riesce a traghettare verso un provvisorio happy end il lettore che, dopo duecentosettanta pagine di peripezie e una sequela di colpi di sfortuna e contraccolpi di espedienti anche truffaldini, si è davvero affezionato a Eva, la quale in tanto trambusto non ha mai perso la sua vena scanzonata.

Beate noi è una specie di controcanto beffardo al mito americano del self made man vincitore delle avversità , anche nella morale finale: a dispetto del mito spesso le avversità hanno la meglio, ma l’amore per la vita e una certa tenacia poco incline alla correttezza e disponibile alle emozioni riescono comunque a spuntarla. L’aspetto più affascinante di questo bizzarro libro è la totale mancanza di vittimismo, anzi il romanzo di Amy Bloom è un inno agli irregolari di tutti i tipi, che non sono necessariamente dei misfits, degli spostati votati alla rovina. Soprattutto se, come succede man mano che la storia va avanti, la loro irregolarità si assimila alla grande e rigogliosa anomalia dell’ebraismo, che mette le risorse del mondo yiddish scomparso e della sua invincibile ironia a disposizione di chi sappia esserne un degno erede.

Amy Bloom, Beate noi, traduzione di Giacomo Cuva, Fazi, pagg. 276, € 18

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