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Piatti e scatti vintage

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Arte

Piatti e scatti vintage

Hot dog. Neal Slavin, Frankfurters in Full Dress, 1978, © Neal Slavin
Hot dog. Neal Slavin, Frankfurters in Full Dress, 1978, © Neal Slavin

La camera oscura, con i procedimenti che vi si svolgono, è assimilabile alla cucina: una stanza dove mescolando, alambiccando, lasciando macerare elementi chimici si può arrivare a creare un piccolo capolavoro. Così aveva pensato Deborah Barsel, una giovane archivista che nel 1977 lavorava per il George Eastman Museum di New York e che per combattere la noia invitò sia i fotografi più famosi che quelli più promettenti del periodo a mandarle una loro ricetta corredata da uno scatto.

La ragazza voleva compilarne un libro, ma non fece in tempo. Da brava archivista catalogò ordinatamente il materiale ricevuto da 120 autori, lo ripose in una scatola insieme agli scambi epistolari avuti con gli interpellati, e tornò all’università.

Il progetto venne dimenticato in quella scatola per oltre 35 anni, quando questa fu finalmente notata da Lisa Hostetler, l’attuale curatrice del museo. Che con sua grande sorpresa e delizia si ritrovò tra le mani un’autentica capsula temporale degli anni ’70, uno scrigno di tesori fotografici e bizzarrie culinarie in grado di offrire uno sguardo totalmente originale sul quotidiano dell’individuo celato dietro l’obbiettivo.

Cosa mangiavano, di cosa andavano fieri a tavola i giganti della fotografia del XX secolo? Richard Avedon aveva mandato la ricetta di sua madre per un sostanzioso arrosto in pentola (corredandola di un elegante, straniante ritratto di mano con cocktail e braccialetto griffato Balmain). Imogen Cunningham un inspiegabile, gratuito attacco ad Alice B. Toklas, compagna storica di Gertrude Stein e autrice di un ricettario, seguito dalla sua versione del Borscht (senza barbabietole). Les Krims la Polaroid di una donna in mutande che versa latte da un pollo crudo e queste poche righe: «Ho una fantastica ricetta per uno stufato formalista. Ha 185 ingredienti e richiede 31 giorni per essere preparato. L’unico problema è che morirete di fame e noia prima che sia pronto».

E così, quel libro che non era mai nato è stato finalmente editato dalla Hostetler e da Denise Wolff della fondazione Aperture, che lo ha dato alle stampe lo scorso giugno restituendo al mondo questa straordinaria testimonianza che rischiava di rimanere nascosta ancora per chissà quanto.

Le ricette sono ora 49, e il volume dalla copertina rigida e dalle pagine arancioni a dividere i capitoli in portate (colazione, fast food, zuppe, piatti principali, verdure, carboidrati, dessert e drink) dopo un’introduzione della curatrice riporta quindi semplicemente i documenti prodotti dai fotografi, senza “cappelli” che ricordano la loro opus. Solo raramente le foto sono successive al 1977, evidente frutto di un nuovo accordo tra casa editrice e singolo artista. E solo nel caso della «lemon meringue pie» del Signor Eastman, che era morto suicida nel 1932, lo scatto associato alla ricetta è un anonimo ritratto del fondatore della Kodak intento pranzare in treno insieme a due signore. La classica crostata al limone e meringa di Eastman era stata a suo tempo famosa: non solo la preparava lui personalmente nelle occasioni speciali, ma gli era valsa la vittoria a una gara di torte. Non poteva quindi mancare in una raccolta nata sotto gli auspici del suo nome - anche se il diretto interessato non poteva essere interpellato.

La lettura di The Photographer’s Cookbook è interessante sotto vari profili.

La personalità degli autori: alcuni entrano in media res senza cerimonie; altri raccontano storie di famiglia, di cene gourmet o di lavori sul campo che li hanno portati a scoprire quel cibo; altri svelano un inaspettato lato infantile, come Robert Adams che sottopone all’attenzione dei futuri lettori dei grossi biscotti da merenda (si raccomanda: big!); altri chiudono i loro contributi con battute asciutte (l’omelette al cactus di Ed Ruscha finisce con un laconico: «Sale. Pepe. È vostra») o avvertimenti (Robert Heinecken, sul suo Martini: «Non è raccomandato prima delle 11 del mattino»).

L’eterogeneo panorama culinario degli anni ’70: c’è già chi aborre zuccheri raffinati e farine bianche, c’è il vegano e quello che usa cibo-spazzatura come Velveeta (formaggio processato e inventato da Krafft, ndr), ci sono molte ricette di carne e diverse dall’Europa dell’Est, un paio asiatiche.

Le ricette in sé: alcune sono da vera e propria archelogia culinaria, come il lardo alla paprika ungheresedi Brassaï da spalmare sul pane, o le uova cotte nella birra di Ansel Adams (entrambe per la prima colazione!); la maggior parte sono preparazioni che, seppur non proprio in linea con il sentire più light del terzo millennio, vien voglia di provare.

E ovviamente le foto: con l’eccezione degli hot dog di Neal Slavin e dell’antipasto di formaggio, caviale e melograno di Jerry Burchard, tutte le altre non riproducono le ricette, ma sono state selezionate dai fotografi per accompagnarle secondo il loro insindacabile giudizio. Quando erano stati contattati, la Barsel aveva infatti chiarito che la scelta stava a loro, sia in termini iconografici che culinari.

John Gossage rispose ad entrambe le istanze mandando una cartolina dal Conrad’s Colonial Steak House & Cocktail Lounge e tre sole parole: «I eat out».

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