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L’impero troppo familiare del far bene

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L’impero troppo familiare del far bene

Vi siete mai chiesti se il bene può causare male? Una risposta ragionevole deve tener conto di chi lo attua e come. A volte può recare più problemi che benefici, più guai che soluzioni.

Coloro che desiderano fare del bene a ogni costo, i professionisti del genere, trovano in un personaggio de “I Promessi Sposi” di Manzoni la patrona dei loro affanni. È donna Prassede, moglie di don Ferrante, “una vecchia gentildonna molto inclinata a fare del bene” (capitolo XXV).

La signora, come molti, scambiava per bene le proprie idee. Manzoni, dopo aver notato che far del bene è “mestiere certamente il più degno che l'uomo possa esercitare”, osserva che tale pratica “può anche guastare”. Il motivo? Ecco la magnifica risposta: “Per fare il bene, bisogna conoscerlo; e, al pari d'ogni altra cosa, non possiamo conoscerlo che in mezzo alle nostre passioni, per mezzo de' nostri giudizi, con le nostre idee; le quali bene spesso stanno come possono”.
Donna Prassede ci è venuta alla mente leggendo un libro contro-corrente dello scrittore e saggista Philippe Muray (1945-2006), finalmente tradotto in italiano: “L'impero del bene” (Mimesis Edizioni, pp. 106, euro 12). Un testo acuto, irriverente, viscerale; sbugiarda quanto si crede bene, che sovente è invece illusione, ipocrisia, imposizione.

Cediamo la parola a Muray. Per esempio, quando parla del “bene-stante”, chi desidererebbe costringerci a esami e visite ogni giorno: “Ci vogliono tutti coinvolti, implicati, aderenti obbligati, responsabilizzati, militantizzati, trasformati in agenti ospedalieri. Trionfo del progetto terapeutico. Dieci anni fa ai vampiri importava solo dei nostri soldi. Un bel giro di vite da allora. Ormai ci vogliono interi. Buttano giù tutto, bulbi, viscere, intestini, futuro, tutto”.
Francesca Lorandini ha tradotto e prefato questo libro. Presenta il pensiero di Muray. Parla del miraggio che acceca il nostro tempo: la convinzione di aver sradicato il male dalla società. Per questo c'è una moralizzazione dilagante, un “terrorismo della virtù”, un bailamme di fedi miserabili (astrologia, New Age et similia), una continua litania dei diritti dell'uomo.

Tuttavia, “il male non si elimina… e credere di averlo espulso significa demonizzare le contraddizioni, il disaccordo, l'antagonismo”. Così si è uccisa la realtà, creando un mondo di simulacri e finzioni.
Per questo oggi viviamo, nota la Lorandini, in “un immenso parco giochi”, dove “il terrorismo del bene ha decretato la fine di ogni discussione: ripetiamo tutti le stesse parole, abbiamo gli stessi problemi, ci piacciono o non ci piacciono le stesse cose”. Un mondo di festival e giubilei, di notti bianche che tali non sono, di feste fasulle e di giornate dedicate a tutto sempre più inutili. Un mondo che insabbia testa e idee dinanzi alla nuova violenza. Che sta uccidendo, tra condanne e appelli che si illudono di fermarla.

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