Alla Mostra di Venezia è arrivato il giorno del terzo e ultimo film italiano in concorso: Capri-Revolution di Mario Martone. Ambientato nel 1914 a Capri, quando l’Italia sta per entrare in guerra, il film ha come protagonista una
ragazza del luogo, che s’imbatte in una comunità di nudisti stranieri che si è stabilita sull’isola da qualche tempo. L’incontro
con una filosofia di vita completamente diversa potrebbe cambiare profondamente la sua esistenza.
Il film prende spunto dalla comune che il pittore Karl Diefenbach creò a Capri all’inizio del Novecento, ma tutto viene rielaborato
con la massima libertà.
L’ambizione di Martone
A partire dallo spostamento temporale alle soglie della Prima guerra mondiale. Da sempre ottimo regista in grado di raccontare
episodi fondamentali della nostra storia (si pensi a Noi credevamo, sul Risorgimento, e al notevole Il giovane favoloso, su Giacomo Leopardi), Mario Martone si conferma un autore dallo spiccato talento cinematografico, capace di orchestrare
al meglio immagini e suoni, attraverso un montaggio che colpisce fin dalla prima sequenza. Quello che viene raccontato è un
incontro/scontro tra due culture diametralmente opposte: quella tradizionale e patriarcale degli abitanti dell’isola e quella
aperta, libera e improntata all’indipendenza della comune naturista. Alcuni passaggi narrativi possono apparire un pizzico
forzati e didascalici, ma gli spunti sono talmente numerosi e interessanti che si riescono anche a rintracciare diversi collegamenti
con la contemporaneità (legati per esempio al tema delle energie alternative) e a far dimenticare qualche momento meno riuscito
di altri. Pregevole inoltre la conclusione, ulteriore dimostrazione della capacità del regista napoletano di chiudere al meglio
le proprie pellicole. Menzione speciale per l’intensa prova della protagonista Marianna Fontana, giovane attrice che avevamo
conosciuto in Indivisibili di Edoardo De Angelis, in cui recitava accanto alla sorella gemella Angela.
Deludente e crudele «The Nightingale»
Molto meno incisivo è The Nightingale di Jennifer Kent, regista australiana che si era fatta conoscere con la suggestiva opera prima Babadook. Presentato in concorso, il film è ambientato nella Tasmania del 1825 e racconta la storia della vendetta di una giovane
donna irlandese nei confronti di un crudele ufficiale britannico che ha ucciso la sua famiglia. Per portare a termine l’impresa,
la protagonista si avvale di una guida aborigena che a sua volta ha subito traumi impossibili da dimenticare. Sono temi forti
e profondi quelli dell’opera seconda di Jennifer Kent, ma l’autrice forza troppo la mano nelle sequenze più violente, dando
vita a personaggi scritti malamente, poco sfaccettati e inseriti in una sceneggiatura prolissa e ridondante. Pur di colpire
e scioccare il pubblico a ogni costo, il film punta su dinamiche ricattatorie e su una spettacolarizzazione delle scene più
dolorose che non fa certamente bene agli importanti messaggi proposti. Più riuscito e significativo su un tema simile è un
lungometraggio che proprio questa settimana esce nelle nostre sale: Revenge di Coralie Fargeat.
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