Cultura

Pure il cinepanettone dei Vanzina sceglie Netflix: tre motivi per amare la…

  • Abbonati
  • Accedi
cinema in streaming

Pure il cinepanettone dei Vanzina sceglie Netflix: tre motivi per amare la piattaforma e tre per «opporsi»

Da quest’anno si apre una piccola crepa nella tradizione natalizia: uno dei cinepanettoni più attesi dal pubblico, quello dei fratelli Vanzina, scritto da Enrico, dedicato alla memoria di Carlo (mancato l’8 luglio scorso), e diretto da Marco Risi, non sarà in sala ma solamente su Netflix a partire dal 7 dicembre. La piattaforma streaming non solo distribuisce «Natale a 5 stelle», già cinepanettone anomalo per i risvolti politici che racconta l’Italia ai tempi del governo giallo verde ( con Massimo Ghini, Ricky Memphis, Martina Stella e Massimo Ciavarro Pentaleghista), ma lo produce anche.

Con le piattaforme che distribuiscono (e a volte producono) film, serie televisive e altri contenuti d’intrattenimento su internet e noleggiano videogiochi si deve dunque fare i conti.

Ecco tre motivi a favore e tre contro

A FAVORE

1) Andare contro le piattaforme streaming è “antistorico”, come ha detto il direttore della Mostra del cinema di Venezia , Alberto Barbera, e come avevamo già scritto il 9 settembre scorso su “Domenica”.

Internet è una realtà da cui non possiamo prescindere e così le piattaforme. Thierry Frémaux, patron del Festival di Cannes, che per l’edizione 2018 ha bandito Netflix dal concorso - dopo averne accettato due film in competizione nel 2017 «Okja» di Bong Joon-ho e «The Meyerowitz Stories» di Noah Baumbach -, al festival del cinema di Roma ha annunciato che Cannes su questo veto dovrà fare un ripensamento.

2) Le piattaforme non distribuiscono solo film mainstream. All’ultima Mostra del cinema di Venezia Netflix ha dimostrato il contrario con «Roma», pellicola nata per il grande schermo e autoriale, come «La ballata di Buster Scruggs» dei fratelli Coen (che non uscirà nelle sale) , «22 luglio» di Paul Greengrass sulla strage dell’isola di Utøya del 2011 (a ottobre è stata proiettata in sole due sale) e «Sulla mia pelle» sul caso Cucchi in sala e in streaming da settembre. La pellicola ha acceso un dibattito nella società civile e ha fatto esplodere il fenomeno delle proiezioni non autorizzate. Amazon ha prodotto «Peterloo», che Academy two distribuirà il prossimo anno in sala in Italia, del maestro Mike Leigh, pellicola storica, assai ricercata. Le piattaforme sono anche nello sconfinato mondo delle serie tv (per esempio, Netflix distribuisce «Casa di Carta», produce «Suburra» e «Baby»3, dal 30 novembre)

3) Le piattaforme mettono a disposizione una biblioteca cinematografica considerevole per una cifra affrontabile (la più bassa prevede un canone mensile di 4,99 €) o nulla, come nel caso di Raiplay, previa registrazione. Oltre a Netflix, ci sono Amazon Prime, iTunes Store della Apple, Infinity Tv di Mediaset, Sky on demand, Chili. Queste quelle cui possiamo accedere noi. Ma c’è un mondo sconfinato oltre le Alpi.

CONTRO

1) Le piattaforme soffocano le sale cinematografiche. Sarebbe necessario un intervento economico pubblico a favore del rinnovo delle sale, che svolgono una funzione sociale. Le sale dovrebbero reinventarsi con nuovi schermi, nuovi apparecchiature per una insonorizzazione di grande qualità, in modo da creare un terreno favorevole per gli eventi. Da soli, i piccoli esercenti non ce la possono fare e, proprio in un momento di grande autismo virtuale, la loro attività di aggregatori sociali migliora la qualità e la vivibilità dei quartieri della città e della provincia.

2) Vedere i film in tivù, sul computer o sul telefonino non fa godere appieno della qualità di un film, che si esprime nella sua pienezza sul grande schermo. Vero. Ma magari scatta una scintilla per un film e il desiderio di passare dal piccolo a grande schermo.

3) Le piattaforme sono colossi che rischiano di fare di cartello, perché oltre adistribuire, producono e quindi creano mondi che si autoalimentano. C’è il rischio che si ricrei quella situazione di monopolio che fu aspramente combattuta per decenni a Hollywood dalla fine degli anni Venti fino all’avvento della televisione. Quella battaglia, detta antitrust, rese possibile la sopravvivenza, accanto alle major, di case produttrici indipendenti e di circuiti di sale non necessariamente al servizio dei grandi colossi hollywoodiani. Qualcosa di assai simile potrebbe accadere oggi.
Un acuto editoriale su «Gli asini», rivista diretta da Goffredo Fofi, instilla il dubbio che le piattaforme si stiano per mangiare Hollywood. Da leggere.

© Riproduzione riservata