Il Sole 24 Ore
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Acquedotto da Spa a ente regionale

Jacopo Giliberto



L'Acquedotto pugliese, il più grande d'Europa, cambia faccia. Da Spa torna un ente pubblico. Un ente regionale. È stato approvato il disegno di legge che prevede l'istituzione dell'Ente idrico pugliese ed è all'esame delle commissioni della regione Puglia in sede referente, per poi andare al voto del consiglio regionale. È una decisione politica. Visto che la Spa Acquedotto pugliese oggi funziona (almeno, funziona certamente meglio del poltronificio che era appena qualche anno fa), allora il presidente della Puglia, Nichi Vendola, vuole poter sfoggiare all'occhiello della sua casacca politica un ente pubblico, un ente regionale, che sia gestito come una società privata.
La gestione dell'Acquedotto pugliese resta in mano a Ivo Monteforte, ingegnere, amministratore unico, il dirigente genovese chiamato nel 2007 da Vendola per dare efficienza all'organismo, e al direttore generale Massimiliano Bianco, economista da battaglia e da City di Londra. «Per noi, le regole cambiano poco. Cambia solamente la forma, l'etichetta, ma gli obiettivi di efficienza sono confermati», sorride Monteforte.
Un secolo fa, tra il 1906 e il 195, l'Acquedotto pugliese realizzò un'opera che ricorda l'antica Roma: portò in Puglia – regione senza fiumi che fino ad allora aveva usato solamente le cisterne – l'acqua della Campania costruendo un canale che scavalca le valli e buca le montagne. È il "canale principale", che oggi è solamente uno degli elementi di una rete di 21mila chilometri di acqua potabile, 10mila chilometri di condutture fognarie, 182 depuratori. I dipendenti sono scesi a 2mila e dissetano 4 milioni di persone.
«Nel '99 l'Ente autonomo acquedotto pugliese, l'Eaap, è stato "privatizzato" trasformandolo in una società di diritto privato. L'87% delle quote è della regione Puglia e il 13% della Basilicata», ricorda Monteforte. Il lavoro di Monteforte e Bianco in qualche anno ha ripulito l'Acquedotto dalle stratificazioni di un'ottantina di anni di sovrastrutture politiche, da quando il fascismo intravide nell'acquedotto un'occasione formidabile di propaganda e di potere fino alla stratificazione dei partiti e delle tessere degli anni recenti. Monteforte ha dovuto tagliare e sforbiciare «con la libertà di non dover compiacere nessuno», assicura.
Oggi il costo operativo per abitante servito è di 70,77 euro contro una media nazionale di 78,09 euro e gli investimenti in cinque anni si sono moltiplicati per dieci e ora sono oltre i 200 milioni. «Abbiamo dovuto ridurre le perdite, ricuperare i consumatori morosi, a cominciare da tanti sindaci ed enti pubblici, per arrivare a un fatturato sui 400 milioni e un utile 2009 di 12,6 milioni contro i 2,1 del 2008», osserva Bianco. Non a caso Moody's, Standard & Poor's e Fitch hanno alzato le stime sulla spa. Se rimarrà una spa.
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RETROMARCIA

Il passato non è la soluzione


L'etichetta cambia, come se fosse la soluzione dei problemi: da spa l'Acquedotto pugliese tornerà ente pubblico. Il motivo è politico, per esempio usare l'acquedotto con un fine propagandistico in vista del referendum di giugno "sulla privatizzazione dell'acqua".
Un ente pubblico può anche funzionare bene. È vero. Ma la strada indicata in tutto il mondo mostra che i conti economici e la qualità del servizio migliorano quando non ci sono di mezzo partiti e tessere. Quando lo strumento è l'impresa e non l'ente. Quando l'obiettivo è l'efficienza e non la gestione politica. Lo hanno confermato questi anni di conduzione manageriale dell'Acquedotto pugliese spa. L'ente acquedotto pugliese era una vergogna. La spa di oggi, no.
Mettere indietro le lancette dell'economia e del servizio ai cittadini (che sono clienti) non è la strada migliore.