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Questo articolo è stato pubblicato il 17 gennaio 2013 alle ore 18:46.

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Nella sua lunga storia di avvicendamenti dinastici, decadimento interno e invasione straniera, la Cina ha sempre lottato per stabilire un equilibrio tra centralizzazione e frammentazione, vale a dire tra controllo e incertezza. Se in passato la selezione trasparente e meritocratica di "funzionari dotti" contribuì a supportare la chiusa governance delle dinastie per oltre duemila anni, essa non riuscì ad arginare la crescente fragilità del sistema sotto la dinastia Qing, poiché i profitti territoriali portarono la popolazione dell'Impero da 150 a 450 milioni. La corruzione dilagante, i crescenti disordini sociali e l'incapacità di resistere alle moderne potenze occidentali finirono per determinare, nel 1912, il crollo della dinastia, ovvero della burocrazia più longeva al mondo.

Neanche il governo nazionalista che seguì, e che diede origine alla Repubblica di Cina, riuscì a risolvere la tensione tra centralizzazione e frammentazione, definita dallo storico Ray Huang come la "matematica ingestibilità" della Cina. Di fatto, il Paese non ha mai sviluppato un sistema di diritti di proprietà o le politiche monetarie e fiscali necessarie in un'economia agraria dominata dalle famiglie e governata da un'élite.

Grazie all'efficace applicazione dei diritti di proprietà e all’attuazione della politica nazionale, il Partito comunista cinese divenne il meccanismo istituzionale in grado di colmare il divario tra le élite (il partito) e le masse. Negli anni 1958-1961, però, un'eccessiva pianificazione centrale volta a sostenere il Grande balzo in avanti (l'intensa campagna di Mao Zedong per industrializzare e collettivizzare l'economia cinese) generò una fragilità sistemica.

La situazione cominciò a migliorare nel 1978, quando Deng Xiaoping avviò una serie di riforme orientate al mercato e favorevoli a un’apertura dell'economia, offrendo al Paese nuove opportunità di crescita economica e occupazionale. Attraverso le cosiddette "quattro modernizzazioni", i settori fondamentali dell'agricoltura, dell'industria, della difesa nazionale e di scienza e tecnologia furono notevolmente rafforzati.

Allo stesso tempo, però, la Cina rimandò l'apertura del proprio sistema finanziario, anche quando, negli anni Novanta, altre economie asiatiche puntarono all'efficienza liberalizzando il proprio conto capitale. Pertanto, quando nel 1997 l’Asia fu travolta dalla crisi finanziaria, la Cina restò immune all’instabilità che invece devastò i suoi fragili vicini. Di fatto, la crisi si trasformò in un'opportunità che spinse il Paese ad aderire all'Organizzazione mondiale del commercio, riformare il proprio sistema finanziario e delle aziende statali (SOE), stilare un elenco pubblico delle principali banche, e privatizzare le proprietà immobiliari dello Stato.

Tuttavia, molte delle misure antifragilità della Cina si sono rivelate frammentarie e incomplete. La necessità di riesaminare le aziende statali, ad esempio, resta una delle priorità da affrontare, a causa della forte opposizione del potere degli interessi acquisiti a ulteriori privatizzazioni e a riforme favorevoli al mercato.
 
I leader cinesi devono ora individuare le aree specifiche in cui sviluppare antifragilità, e affrontare le riforme necessarie con prudenza. Se da una parte essi devono garantire che le riforme siano radicali, dall'altra devono evitare di azzardare troppo e troppo in fretta, perché ciò potrebbe innescare la resistenza di speculatori trincerati o involontarie ma pericolose reazioni a catena.

Fortunatamente, la posizione fiscale e il cambio estero abbastanza forte riescono a proteggere l'economia della Cina contro gli shock a breve termine, e nonostante la fragilità indotta dalla corruzione, la capacità della burocrazia di implementare la politica resta solida.

Una sfida importante sarà quella di delineare i ruoli e le responsabilità del Partito, dello Stato, del mercato e della società civile. Data la comprovata capacità d’intervento del governo, l'opzione di default in tempo di crisi è stata finora quella di affidarsi a misure di natura amministrativa piuttosto che alle forze di mercato. Consentire una turbolenta auto-correzione da parte dei mercati richiederebbe la fiducia della governance a tutti i livelli, dal governo centrale alle amministrazioni dei villaggi, e tra le aziende statali.

Inoltre, i leader cinesi devono sviluppare un certo potere istituzionale all'interno della magistratura, della società civile e dei media, al fine di rendere effettivo lo stato di diritto e rafforzare l'antifragilità sul lungo periodo. Ciò comporta la prevenzione di abusi amministrativi, l’equiparazione delle aziende statali e non, e la scissione tra regolamentatori ed enti regolamentati.

Nell’intraprendere riforme strutturali in vari settori, la leadership cinese ha la possibilità di consolidare la prosperità del Paese. Tuttavia, per raggiungere questo obiettivo, occorre creare un equilibrio tra il mantenimento della stabilità sistemica e la possibilità di una crescita flessibile per l’economia, una sfida con cui la Cina combatte da secoli.

Traduzione di Federica Frasca

Andrew Sheng, presidente del Fung Global Institute, è stato presidente della Securities and Futures Commission di Hong Kong, ed è attualmente professore a contratto presso la Tsinghua University di Pechino. Xiao Geng è direttore di ricerca presso il Fung Global Institute.

Copyright: Project Syndicate, 2013.

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