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Questo articolo è stato pubblicato il 17 settembre 2013 alle ore 06:53.
di Andrea Malan La partita tra Sergio Marchionne e il sindacato Usa, azionista di Chrysler con il fondo Veba, sta arrivando alle fasi decisive ed è arrivata a coinvolgere l'Alfa Romeo – marchio prestigioso che dovrebbe costituire una delle armi del rilancio del gruppo Fiat. «Finché sarò al timone della Fiat, l'Alfa Romeo non verrà prodotta fuori dall'Italia» ha detto Marchionne al Financial Times.
In passato Marchionne non era così contrario all'idea di produrre le Alfa Romeo all'estero, in particolare in America: per esempio, al Salone di Ginevra del 2012 disse che la futura Giulia sarebbe stata prodotta negli Usa su piattaforma Chrysler. Della Giulia non si è più parlato ma la frase del manager, più ancora che una rassicurazione destinata agli italiani, può essere interpretata come un avvertimento all'altra metà del gruppo Fiat, ovvero a Chrysler: «Attenzione – sembra voler intendere –: finché Fiat e Chrysler non saranno un'azienda sola il marchio Alfa non varcherà l'Atlantico» – almeno dal punto di vista produttivo.
La partita industriale, insomma, si intreccia qui con quella finanziaria, e lo fa perché l'azionista di minoranza di Chrysler è di fatto lo stesso che, con il berretto del sindacato, difende gli interessi dei lavoratori americani. Fiat, lo ricordiamo, punta a salire al 100% di Chrysler acquistando il 41,5% in mano al Veba, un fondo che paga l'assistenza sanitaria ai pensionati Chrysler ed è gestito dal sindacato Uaw. Fiat e il Veba non sono d'accordo sul prezzo, e il Veba ha messo in moto la procedura per vendere le azioni sul mercato; il prospetto per la quotazione a Wall Street dovrebbe essere depositato in settimana. La partita è rischiosa per entrambi i contendenti. Il Veba ha bisogno di monetizzare la quota Chrysler per pagare le prestazioni sanitarie ai pensionati, e potrebbe anche ricavare dall'Ipo meno di quanto Fiat sia disposta a pagare. I gestori del Veba scommettono però sul fatto che la loro quota di Chrysler abbia per Fiat un valore superiore a quello che ha sul mercato. Una volta quotate le azioni, infatti, i tempi per una fusione Fiat-Chrysler si allungherebbero sensibilmente, e l'operazione potrebbe alla fine rivelarsi per Torino ancora più costosa qualora debba procedere a un buyout delle minoranze (il caso Fiat Industrial-Cnh insegna).
Tornando alla partita industriale, le dichiarazioni di Marchionne sulla produzione di Alfa in Italia scontano un piccolo lapsus: come ricorda Automotive News Europe, la spider Alfa che dovrebbe arrivare sul mercato nel 2015 verrà prodotta in Giappone negli stabilimenti della Mazda. La produzione all'estero, del resto, non è più un tabù neppure per i tedeschi: Bmw e Mercedes producono da tempo con successo negli Stati Uniti.
Ciò che conta per l'Italia è che l'Alfa Romeo - simbolo importante del made in Italy - mantenga un forte radicamento qui. La conferma si avrà quando uscirà finalmente il prossimo modello Alfa Romeo da Cassino o da Mirafiori; sui progetti per la fabbrica torinese, però, viene mantenuto - al di là del suv Maserati - uno stretto riserbo. Con un business europeo ancora in rosso, il Lingotto ha bisogno del resto dei soldi di Chrysler per finanziare la strategia di espansione nei segmenti premium (Alfa Romeo compresa); per poter spostare i fondi da una parte all'altra dell'Atlantico serve la fusione, e per la fusione serve l'accordo con il Veba. La partita, insomma, è complicata. E come ha lasciato intendere lo stesso Marchionne all'Ft, potrebbe anche non risolversi in tempi brevi: «Può darsi che il prossimo amministratore delegato prenda la decisione di produrre le Alfa all'estero, ma non io».
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