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Per gli zombie dello shale il via libera all’export di petrolio Usa…

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Per gli zombie dello shale il via libera all’export di petrolio Usa arriva tardi

Il Congresso ha lanciato un salvagente ai produttori di petrolio degli Stati Uniti: come anticipato ieri dal Sole 24 Ore, democratici e repubblicani hanno trovato l’accordo che dopo oltre quarant’anni consentirà di cancellare ogni limite all’esportazione di greggio americano. Ma le difficoltà del settore sono ormai tali che ci vorrà del tempo prima che gli interessati riescano a raccogliere i frutti di questa conquista. Col prezzo del barile vicino ai minimi da 11 anni e la Federal Reserve che ieri ha ufficialmente avviato la risalita dei tassi di interesse, la crisi sta colpendo in modo particolare le società dello shale oil, vere protagoniste della rinascita dell’industria petrolifera a stelle e strisce.

La produzione Usa nel complesso ha sopportato in modo eccellente - e molto più a lungo del previsto - il crollo del petrolio, che prosegue da 18 lunghissimi mesi e che ha già ridotto le quotazioni di due terzi senza un’inversione di tendenza in vista. Dal picco di 9,6 milioni di barili al giorno in aprile - che segnava un aumento di quasi il 90% rispetto al 2008 - le estrazioni hanno però cominciato a calare. E se tuttora resistono a quota 9,3 mbg (di cui oltre 400mila esportati, poiché il divieto già oggi non è totale) è solo grazie al greggio convenzionale, in aumento nel Golfo del Messico dopo gli investimenti del passato.

Il settore dello shale oil invece sta soffrendo. E nei mesi a venire non potrà che andare peggio. Per quanto le società abbiano fatto miracoli nel tagliare i costi, il prezzo del petrolio è ormai sceso a livelli insostenibili. Ieri il crollo è ripreso, sull’attesa della Fed e in reazione alle statistiche sulle scorte Usa, aumentate la scorsa settimana di ben 4,8 mb (sulla spinta, per ironia della sorte, di un boom di importazioni). Il Brent è affondato a 37,19 $ (-3,3 %), a meno di un dollaro dal minimo del 2004. Il Wti ha perso il 4,9% a 35,52 $, mantendendo uno spread ridottissimo con il riferimento del Mare del Nord: una circostanza che da sola basta a scoraggiare l’export di petrolio dagli Usa.

A peggiorare la situazione per i “fracker” c’è anche il crollo contemporaneo del prezzo del gas: un doppio colpo che finora non avevano mai dovuto fronteggiare: al Nymex scambia sotto 1,80 $/mBtu, ai minimi da 16 anni.

Il settore dello shale è sempre più popolato da “zombie”: nel gergo degli addetti ai lavori, società che continuano a operare solo per pagare gli interessi sui debiti, senza più investire per rimpiazzare il petrolio e il gas che estraggono dal terreno. Tra loro ci sono anche società di dimensioni non trascurabili, come SandRidge Energy o Goodrich Petroleum, che trivellano per inerzia finché i prezzi non si riprenderanno. O finché il greggio non smetterà di zampillare dal terreno (cosa che accade rapidamente con i pozzi di shale) imponendo la fine del gioco.

A queste società, cariche di debiti spazzatura, la stretta monetaria della Fed - per quanto graduale - rischia di dare il colpo di grazia. Nel 2015 sono già una quarantina le aziende energetiche americane che hanno cercato una protezione dalla bancarotta con il Chapter 11: l’ultimo caso, dell’altro ieri, è quello della texana Magnum Hunter Resources, da tempo ridotta alla condizione di zombie.

Le banche finora hanno sopportato con pazienza le difficoltà dei “frackers”, riducendo meno del previsto le linee di credito: secondo EnerCom la sforbiciata è stata di appena il 9% in media alla revisione di ottobre. Ma adesso il nervosismo sta crescendo, anche perché le operazioni di hedging, che avevano a lungo protetto gli introiti delle società di estrazione, stanno scadendo: Citigroup stima che solo il 35% della produzione di shale oil del 2016 sia stata venduta a termine. La settimana scorsa Wells Fargo, il maggiore istituto del mondo per capitalizzazione, molto attivo nei finanziamenti al settore energetico, ha ammesso che il suo portafoglio di crediti è sottoposto a un crescente «stress», confermando l’allarme lanciato a novembre dai regolatori Usa sui crediti al settore Oil & Gas:  incagli, sofferenze ed esposizioni scadute sono più che quadruplicati, in un anno, a 34,2 miliardi di $.

Il mercato delle obbligazioni ad alto rendimento, che è stata la maggiore fonte di denaro per lo shale oil, è intanto entrato nella bufera. Quest’anno nel mondo si contano già più di cento default, un record dal 2009, e i tre quinti di questi si sono verificati negli Usa, molto spesso tra società energetiche o minerarie. L’indice BofA Merrill Lynch Us High Yield ha perso oltre il 4% in un mese, raggiungendo l’apice delle perdite venerdì quando un fondo specializzato di Third Avenue Management, molto esposto all’energia, ha chiuso rinviando il rimborso delle quote agli investitori. Solo nel novembre 2009 i junk bonds erano andati peggio.

In quello che Jeffrey Gundlach di DoubleLine Capital definisce «un vero massacro» i rendimenti sono arrivati a superare il 18% e nell’Oil &Gas secondo Bloomberg ci sono almeno 226 società (di cui 128 negli Usa) con obbligazioni oltre la soglia del 10%, che segnala una situazione “distressed”: in pratica un’insolvenza quasi certa.

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