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Mps, cosa contesta la Procura di Siena alla «banda del 5%»

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CHIUSE LE INDAGINI

Mps, cosa contesta la Procura di Siena alla «banda del 5%»

(Imagoeconomica)
(Imagoeconomica)

La Procura della Repubblica di Siena ha chiuso l’inchiesta sulla cosiddetta «banda del 5%»: la squadra mista di manager di Mps e di broker esterni alla banca che - per i pm Giuseppe Grosso, Antonino Nastasi e Aldo Natalini e il procuratore Salvatore Vitello - avrebbe per anni progettato e portato a conclusione operazioni finanziarie mirate a truffare la banca senese onde ottenere un lucro personale. L’inchiesta era partita alla fine del 2012 e, nel febbraio del 2013 aveva portato all’arresto di colui che è ritenuto la “mente” dell’organizzazione: Gian Luca Baldassarri, 55 anni, ex capo dell’area finanza del Monte dei Paschi di Siena. Con lui tra gli indagati spicca l’ex capo del trading di Mps Alessandro Toccafondi, Pompeo Pontone, responsabile del desk di Londra di Mps, Antonio Pantalena, funzionario della banca, Italia Sinopoli, funzionaria di Bmps Finance, e Giorgio Filippetto, funzionario della sede di Londra della banca.

Legato ai dipendenti «infedeli» della banca anche il quintetto di broker del gruppo italo-britannico-maltese Enigma, una delle società con cui venivano spondate le operazioni: David Ionni, Maurizio Fabris, Fabrizio Cerasani, Luca Borroni, e Agnese Marchesini, insieme a Alberto Torghele e Fabio Allocco, titolari di un'altra società di brokeraggio utilizzata per le operazioni fraudolente: la svizzera Lambda securities Sa. Ai tredici indagati è contestata l’associazione a delinquere aggravata dalla transnazionalità. Nell’ipotesi dell’accusa gli indagati avrebbero assemblato una ben lubrificata macchina da soldi finalizzata a determinare, da una parte, «un lucro costante e spropositato» per Enigma e per Lambda, e dall’altra, un danno per il Monte dei Paschi. Il meccanismo era in tutto e per tutto simile a quelli incontrati in molti altri casi di gestione infedele.

I manager, indossando la casacca della banca, “montavano” e concordavano con il broker le operazioni, articolate specialmente su bond corporate e azioni, effettuate fuori mercato (over the counter) e a condizioni predeterminate e diverse rispetto a quelle «di mercato» e in seguito, sfilandosela, si accordavano segretamente con il broker medesimo perché questi retrocedesse loro le provvigioni in precedenza pattuite. Un’operatività che, dalle indagini effettuate dal Nucleo speciale di polizia valutaria della Guardia di Finanza (che ha seguito dall’inizio l’intera inchiesta su Rocca Salimbeni) ha portato al tracciamento di un quadriennio particolarmente caldo. Dal 2008 al 2011 sono stati effettuati con Enigma 95 deal per un controvalore in acquisto di 1,163 miliardi di euro e in vendita di oltre 900 milioni. Il tutto si è tradotto in un margine totale di 6,6 milioni di euro percepito dal gruppo Enigma. Analoghe le operazioni istruite con l’altro broker: Lambda securities. In questo caso la Gdf ha ricostruito le operazioni messe in piedi in periodi precedenti: tra il 21 giugno 2005 e il 28 luglio del 2009 le operazioni sono state 40 (28 in vendita e 12 in acquisto).

La controparte apparente era il Crédit Agricole Luxembourg private, in realtà la blasonata insegna della banca transalpina serviva a coprire i veri interlocutori di Baldassarri e soci: Alberto Torghele e Fabio Allocco che agivano attraverso le società Atrium portfolio, Vasco Shipping e Lambda Asset Management. Nel primo caso (Enigma) le operazioni si concludevano con l’esportazione del denaro che veniva poi cubato verso banche inglesi maltesi, sammarinesi e di Singapore. Nel secondo (Lambda) il denaro finiva in Svizzera, Lussemburgo, le Bahamas e, di nuovo, verso Singapore. Ma il giro dei soldi non si arrestava. Alle vere destinazioni di una parte del denaro i finanziari al comando del generale Giuseppe Bottillo ci sono arrivati per un’altra strada e percorrendo accertamenti su un vicenda parallela che con il Monte dei Paschi non aveva nulla a che fare. Si tratta di un’altra inchiesta condotta dalla procura di Roma sulla sammarinese Smi, una delle prime fiduciarie del Monte Titano, e della sua consociata romana la Amphora fiduciaria.

Il dominus di queste due società, al tempo dei fatti, era Enrico Maria Pasquini, sino a non molto tempo orsono anche a capo delle Ferrotramviaria Spa, la società cui appartenevano i treni entrati in collisione il 12 luglio scorso a Corato provocando 27 morti. Romano di origini ma sammarinese d’adozione, Pasquini aveva montato un sofisticatissimo “sistema” di raccolta e mimetizzazione di capitali che dall’Italia, finivano prima a San Marino e in seguito alle isole del Pacifico Vanuatu dove Pasquini poteva contare su uno sportello bancario piccolo ma molto attivo, il cui direttore era suo cognato, Andrea pavoncelli: la United international bank. Ed è proprio qui che le fiamme gialle hanno rintracciato parte del grisbee della «banda del 5 per cento».

Aggiornamento del 2 maggio 2018.
“Il 6 marzo 2018, il procedimento nei confronti di Alberto Torghele e Fabio Allocco si è concluso con sentenza di non luogo a procedere per intervenuta prescrizione, esclusa l'aggravante della transnazionalità del reato di associazione a delinquere al fine di commettere truffe in danno del patrimonio di MPS contestato ad entrambi”.

Aggiornamento del 21 maggio 2020: Con sentenza del 16 luglio 2019, diventata definitiva alla fine del 2019, stante la mancata impugnazione della Procura di Siena, il Tribunale di Siena ha assolto il Dott. Pompeo Pontone perché il fatto non sussiste.

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