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Ecco perché con Trump si rischia di tornare agli anni ’70

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Ecco perché con Trump si rischia di tornare agli anni ’70

verso l’insediamento

Ecco perché con Trump si rischia di tornare agli anni ’70

Donald Trump (a sinistra) e Richard Nixon
Donald Trump (a sinistra) e Richard Nixon

Frontiere chiuse, restrizioni commerciali anti-globalizzazione e contrarie alla concorrenza, ma anche un dollaro debole. Stando alle idee di politica economica finora “twittate” e in attesa dei primi passi effettivi in vista dell’insediamento di venerdì prossimo, l’avvento di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti potrebbe riportare indietro le lancette dell’orologio di oltre 40 anni, fino addirittura all’epoca di Richard Nixon dei primi anni 70.

Profezie danesi
La profezia potrebbe apparire discutibile e forse anche un po’ provocatoria, se non fosse che a pronunciarla è quello Steen Jacobsen, capoeconomista e direttore degli investimenti di Saxo Bank, che lo scorso anno in tempi non sospetti aveva anticipato sia la Brexit, sia la vittoria del magnate statunitense alle presidenziali, sia infine l’espansione a macchia d’olio del fenomeno del populismo, teorizzando una sorta di «rottura dello stato sociale».

Dell’atteggiamento protezionista si è fatto ovviamente un gran parlare in questi ultimi due mesi, grazie anche ai tweet estemporanei a cui ci ha ormai abituato Trump. E del futuro della globalizzazione si discute ovviamente anche in questi giorni a Davos, dove come di consueto sono riuniti fior di pensatori, oltre che esponenti politici. Sul mercato si fatica però a vedere le conseguenze su scala globale di un fenomeno simile e si nota anzi una certa apertura di credito che gli investitori hanno voluto tributare al neo-presidente, spinta che peraltro si è andata progressivamente affievolendo in queste ultime settimane.

La chiave è il dollaro
Jacobsen, che in fin dei conti si occupa di investimenti, si concentra in particolare sul dollaro nel suo outlook per l’inizio del 2017, e proprio in questo sta il suo andare controcorrente stavolta, perché il biglietto verde, che da tutti è dato in arrembante avanzamento nei prossimi mesi, potrebbe secondo l’economista danese andare anzi incontro a un sensibile deprezzamento. «La prossima amministrazione Trump - spiega Jacobsen - perseguirà chiaramente una politica di “dollaro debole” e cambierà anche il dogma secondo cui “un dollaro forte è nell’interesse degli Stati Uniti”, in vigore da quando Robert Rubin, Ministro del Tesoro di Bill Clinton, la lanciò a metà degli anni ’90, e per la verità mai seguita veramente».

La mossa sul dollaro sarebbe chiaramente una reazione a un movimento della valuta (che si è apprezzata del 30% su scala globale negli ultimi due anni e mezzo e del 10% dalla vittoria di Trump) che rischia di mandare fuori binario la crescita Usa - proprio perché rappresenta un peso per la concorrenza delle aziende americane, in un periodo in cui la politica della Fed potrebbe essere addirittura più restrittiva delle attese - e di colpire i Paesi emergenti maggiormente indebitati nella valuta Usa.

La dottrina Trump? Un mix fra Nixon e Reagan
La reazione di Trump potrebbe, secondo Saxo Bank, ricalcare la dottrina Nixon dell’agosto 1971, quando il Ministro del Tesoro John Connally introdusse una sovrattassa unilaterale del 10% su tutte le importazioni, una riduzione del 10% sulle spese di assistenza estera, chiuse la «gold window» e mise fine al sistema di Bretton Woods, dando quindi via a una massiccia svalutazione del dollaro.

«Tutto questo - ricorda Jacobsen - è davvero molto simile a un ritorno agli anni '70, quando la politica americana era tutta grandi affari, chiusura delle frontiere, recessione e un regime del dollaro Usa che sarebbe stato così definito da Connally ai Ministri delle Finanze europei riuniti al G-10 di Roma: “Il dollaro è la nostra valuta, ma è il vostro problema”. Il primo trimestre ci svelerà i primi indizi, ma con il passare del tempo aspettiamoci una “dottrina Trump” che sarà un miscuglio di Nixon e Reagan».

La fine di un ciclo, non un inizio
Il problema, come spiega non senza amarezza e preoccupazione l’economista di Saxo Bank, è che questa è la fine di un ciclo, non un inizio: «Il mondo - avverte Jacobsen - non avanzerà con un’agenda fatta di frontiere chiuse, restrizioni commerciali anti-globalizzazione e contrarie alla concorrenza, ma ciononostante occorre che tali forze siano rispettate, soprattutto con un cambio di leadership in area globale».

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8 Commenti

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  • desposente |

    E' semplicemente il principio secondo cui ad un'azione corrisponde una reazione di segno opposto e che, con gli eccessi a cui ci hanno sottoposto il politicamente corretto e il lassismo/buonismo, rischia di essere anche di maggiore entità. Il futuro, in base ad altra eterna legge del pendolo, porterà auspicabilmente aggiustamenti intermedi, il problema per la gestione dei quali è attualmente la totale assenza di leaders di caratura adeguata.

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    • francescozotta desposente

      L'unico sano principio che animerebbe Trump è la FINE DELLA GLOBALIZZAZIONE che ha portato sul lastrico milioni di persone, abbassato la qualità dei prodotti, determinato un generale imbarbarimento della vita: meno cultura, meno scuola, investimento solo cinesi, infiltrazioni mafiose, new economy che è solo inesistente e concentrazione economica. Negli anni 70- e meglio inizi '80 si viveva molto meglio e c'era una distrubuzione più equa della ricchezza. In Europa la Germania si limitava a fare la locomotiva economica e NON si occupava di politica, per il nostro bene! E soprattutto c'era quel meraviglioso muro a BERLINO!

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  • york22 |

    Per me erano anni felici con alta occupazione, produzione di qualità, una chiesa che seguiva la sua missione, scuola ancora funzionante, ecc. Poi è arrivato il mito della globalizzazione sostenuta dalla sinistra radicale. I risultati si vedono, ovviamente per chi li vuol vedere.

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  • Herbert.one |

    Articolo interessante e piuttosto obiettivo, che si ferma agli aspetti che credo più dovrebbero interessare i veri lettori storici di questo giornale, cioè a quelli economici. Ahimè...credo che quasi nessuno dei leoni da tastiera che qui sempre ruggiscono, guardacaso sempre a favore dell'autocrate sovietico, pardon, russo, si siano mai sporcati le mani col sano inchiostro del Sole cartaceo...

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  • Xavier 4 |

    Si parla di balzo all'indietro agli anni 70 da parte di chi non ha avuto nulla da ridire al ritorno agli anni più bui della guerra fredda dovuto alla politica antirussa di Obama Clinton con tanto di guerra calda messa tra le possibili opzioni, cosa che almeno durante la guerra - non a caso rimasta fredda - si evitò ad ogni costo. Trump ha forse l'unico grande pregio di voler disinnescare la tensione tra le due superpotenze coincidendo questo col bene dell'umanità e con gli interessi della stessa Europa a prescindere dalle dietrologie di chi si riscopre complottista e cerca di svilire la politica di pace verso la Russia con oscuri interessi personali di Trump. Se anche fosse la pace tra Usa Europa e Russia val bene gli interessi di Trump il quale meriterebbe il nobel ben più di quello dato alla fiducia ad Obama prosecutore, nelle grandi linee, della politica bellicista di Bush ammantata della ideologia della esportazione della democrazia ad uso dei suoi creduloni estimatori

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    • cale57 Xavier 4

      Mi auguro che Lei abbia ragione, anche se i comportamenti alterni del presidente designato mi lasciano molto perplesso. In ogni caso dobbiamo attendere gli accadimenti per farci un'idea di cosa ci aspetta nel prossimo futuro.

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    • dedalo10 Xavier 4

      Rete4?

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    • fla_for Xavier 4

      Il ritorno di un usa che protegge i dittatori, veramente un bene per il mondo.

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