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Banche Venete, ecco chi paga il conto tra Atlante, obbligazionisti e…

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Banche Venete, ecco chi paga il conto tra Atlante, obbligazionisti e Stato

L'offerta di Intesa Sanpaolo per l'acquisizione di Veneto Banca e Popolare di Vicenza c'è. La banca guidata da Carlo Messina ha messo sul tavolo la cifra simbolica di un euro per acquisire le due banche venete ripulite dai crediti deteriorati. L’operazione - che per essere varata dovrà prima vedere l’ok di un provvedimento legislativo ad hoc da parte del Governo e poi le necessarie autorizzazioni da parte di Bce e Single Resolution Board - dovrebbe prendere la forma della liquidazione ordinata (che tecnicamente in Italia è una liquidazione coatta amministrativa), soluzione che è stata trovata per evitare l’ingresso in risoluzione e attivare il bail-in. Ipotesi, quest’ultima, che invece coinvolgerebbe anche i possessori di bond senior e i correntisti oltre i 100mila euro.

Si è scelto insomma il “male minore”. Posto che le trattative sono ancora aperte e che tutti i tasselli dovranno andare al loro posto,l’operazione tuttavia non è ovviamente a costo zero. A pagare il prezzo gli effetti di un crack che affonda le sue radici nelle passate gestioni delle due banche sono infatti diversi soggetti, tutti chiamati a vario titolo (e in misura diversa) a colmare il buco generato dalla liquidazione. Vediamo nel dettaglio chi sono e quanto dovranno sborsare.

Atlante
Uno dei principali danneggiati è Atlante, ovvero il veicolo finanziato da banche, fondazioni e assicurazioni italiane. Il fondo guidato da Alessandro Penati è l'azionista pressochè unico dei due istituti, visto che controlla il 99,3% della Popolare Vicenza e il 97,6% di Veneto Banca. Atlante ha versato nel complesso 3,4 miliardi circa nel capitale delle due banche per evitarne il fallimento. Oggi quei fondi sono destinati ad essere azzerati per colmare il capitale mancante. Un'operazione, quest’ultima, che prevede l'intervento dello Stato ma solo a condizione che siano coinvolti azionisti e obbligazionisti subordinati, nel cosiddetto burden sharing. Ciò significa che banche, assicurazioni e fondazioni vedranno andare in fumo l'intero loro investimento.

I piccoli azionisti
Anche questa categoria, seppur minoritaria, è coinvolta nella liquidazione. Stiamo parlando dei vecchi soci delle due banche popolari, poi trasformate in Spa. Si tratta nel complesso di una miriade di soci con quote residuali (complessivamente lo 0,7% e il 2,4% di Vicenza e Veneto) il cui valore è stato progressivamente azzerato nel corso degli anni, complici le progressive svalutazioni delle azioni. Oggi questi soci si potrebbero vedere azzerare anche questa minima partecipazione.

Obbligazionisti subordinati
Oltre agli azionisti, il burden sharing – la condivisione degli oneri – prevede la conversione in azioni in vista del successivo azzeramento anche dell’ammontare dei bond subordinati, ovvero i titoli che nella gerarchia della rischiosità arrivano subito dopo le azioni. Nel complesso di tratta di 1,2 miliardi circa. Secondo altre classificazioni, l’ammontare complessivo in circolazione di At1 e At2 si attesterebbe a 7-800 milioni di euro circa. Di questi circa un terzo sarebbe in mano ad azionisti retail. Qualora l’operazione andasse in porto, occorrerà capire se saranno introdotti dei meccanismi di attenuazione dell'impatto o di parziale rimborso per i possessori retail, in particolare per coloro che hanno subito una vendita fraudolenta allo sportello.

Lo Stato
È il grande contributore dell’operazione. Lo Stato dovrà intervenire per colmare il gap di capitale. Si stima ad oggi che il contributo finale a carico dello Stato - e quindi della collettività - si aggiri attorno ai 5-6 miliardi, ma il conto potrebbe salire.
Se l’impianto di cui si parla oggi vedrà effettivamente la luce, lo Stato dovrebbe rimpinguare in parte minoritaria la “good bank” (ovvero la parte buona degli attivi destinati alla cessione), e in parte prevalente la “bad bank” , ovvero la parte contenente i crediti deteriorati destinati ad essere svalutati.

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