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La curva Usa e quei segnali (a lento rilascio) di fine ciclo

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L'Analisi|tassi

La curva Usa e quei segnali (a lento rilascio) di fine ciclo

Fra poco più di una settimana il ciclo economico espansivo degli Stati Uniti entrerà nel 106esimo mese di vita e appaierà il periodo che va dal febbraio 1961 al dicembre 1969 per diventare la seconda ripresa più longeva dal dopoguerra nel Paese. Nel mirino ci sono i 120 mesi, dieci anni tondi, trascorsi fra le due recessioni del 1991 e del 2001: un primato a portata di mano, se non fosse che la locomotiva americana pare arrivare in vista dell’importante obiettivo con il fiato un po’ corto.

Fra i tanti segnali che denotano una certa stanchezza nella principale economia mondiale, e che rendono piuttosto nervosi gli investitori, c’è di sicuro la forma della curva dei tassi di interesse statunitensi. Quelli a breve termine, mossi dalla politica monetaria più aggressiva della Federal Reserve, stanno infatti crescendo in modo più rapido di quelli a medio-lungo, che invece riflettono più le prospettive di crescita economica.

Il risultato è una curva «appiattita» , come si dice in gergo tecnico: fenomeno che nel recente passato è stato profeta di sciagure per l’economia e per i mercati, ancora di più quando la curva stessa si inverte (vale a dire quando i rendimenti dei Treasury a 10 anni rendono meno di quelli con scadenza 2 anni). Al momento la differenza fra le due scadenze di titoli Usa è ancora positiva, ma lo spazio si sta progressivamente chiudendo: nei giorni scorsi è arrivato a 43 centesimi, cioè ai minimi dall’autunno del 2007. Non siamo dunque ancora giunti alla resa dei conti, ma potremmo presto arrivarci.

L’altro aspetto interessante da considerare è lo spazio temporale che intercorre di solito fra l’inversione della curva e il picco dei mercati azionari, che in genere tende a precedere la recessione vera e propria. Uno studio condotto da Jp Morgan Asset Management sugli ultimi 40 anni di cicli economici americani rivela che possono trascorrere dai 10 ai 24 mesi (in media sono 17) prima che l’anomalia sui mercati del reddito fisso si trasformi poi in una vera e propria crisi economica. Quest’ultima a sua volta può essere contemporanea all’inversione di tendenza a Wall Street, come nel 1978, oppure precederla anche di 8 mesi, come nel 1980: in media lo scarto temporale è di 4 mesi.

La conseguenza di tutto ciò è che il motore Usa batte sì in testa, ma le esperienze recenti dimostrano che potrebbe trascorrere ancora oltre un anno prima di assistere alla disfatta dei mercati che molti predicono già da tempo e ancora di più prima di incappare a una frenata vera e propria dell’economia. «Non vediamo segnali forti di un rischio di recessione imminente», conferma Maria Paola Toschi, market strategist di Jp Morgan Am, che anche per questo motivo ritiene che le Borse abbiano ancora margini di avanzamento, pur fra episodi di nervosismo (cioè volatilità) simili a quelli delle settimane scorse che potrebbero però divenire sempre più frequenti.

Negli Stati Uniti si sta del resto facendo di tutto per allungare l’attuale ripresa, come dimostra la riforma fiscale espansiva varata dall’amministrazione Usa. Il lancio di misure di stimolo in una fase in cui l’occupazione è virtualmente ai massimi rappresenta tuttavia un’anomalia che potrebbe anche cambiare l’inerzia dei mercati, oltre che della stessa economia. «Le misure di Trump - sottolinea Toschi - hanno sì momentaneamente allungato la prospettiva del ciclo economico, aumentando le possibili fonti che stanno alimentando la crescita, ma possono da una parte portare a un peggioramento del saldo del deficit Usa e dall’altra rischiano di risvegliare quell’inflazione che resta tutt’ora contenuta».

In entrambi i casi la conseguenza indiretta sarebbe la necessità di un’azione più incisiva di politica monetaria da parte della Federal Reserve, che poi è l’argomento che più di ogni altro spaventa gli investitori come si è visto di recente. Ancora una volta si ha la sensazione che i mercati procedano a velocità elevata lungo un sentiero particolarmente stretto: mantenere l’equilibrio non è impossibile, ma non sarà neppure impresa tanto semplice.

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