Il caos politico in Gran Bretagna non impressiona i mercati finanziari. Neppure il rallentamento dell’economia globale. Né il previsto calo degli utili aziendali. Dopo il dicembre nero delle Borse, a gennaio sembra che nulla sia più capace di spaventare i listini che dal minimo del 3 gennaio registrano rialzi tra il 4% e il 7% in Europa e Stati Uniti.
Perché l’umore è cambiato? Tra i tanti fattori (valutazioni più basse, rimbalzo fisiologico, disgelo tra Usa e Cina), ce n’è uno determinante: il mercato inizia a scommettere sul ritorno in campo delle banche centrali. Il presidente della Fed Usa ha rilasciato dichiarazioni da «colomba» a inizio gennaio, facendo partire il rimbalzo delle Borse. Mercoledì 15 gennaio Mario Draghi ha detto che in Europa c’è ancora bisogno di stimoli monetari. La Banca centrale cinese continua le manovre espansive. E la Bank of England è pronta a intervenire se Brexit creasse problemi. Insomma: il rallentamento globale inizia a dare agli investitori la speranza - avvalorata dalle dichiarazioni più o meno velate dei banchieri centrali - che la festa della liquidità, durata quasi un decennio, possa non finire come si temeva fino a poco tempo fa. O forse possa addirittura ripartire prima o poi.
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Rallentamento globale
In quest’ottica le notizie negative (purché non eccessivamente negative) vengono interpretate con una luce positiva dalle
Borse. A partire dalle notizie sulla congiuntura. Secondo l’ultimo sondaggio di Bank of America, il 60% degli investitori
ritiene che l’economia globale rallenterà nei prossimi 12 mesi: questo sondaggio non registrava tanto pessimismo dal giugno
2008, alla vigilia della recessione del 2009. In effetti è da mesi che gli economisti rivedono al ribasso le previsioni sul
2019. La scorsa estate stimavano (secondo le medie calcolate da Bloomberg) una crescita globale al 3,65%, mentre ora le attese
sono scese al 3,5%. In Europa la revisione è stata più pesante: gli economisti a giugno erano convinti che la Germania nel
2019 sarebbe cresciuta del 2%, mentre ora si limitano a un +1,5%. Le aspettative sull’Italia sono passate dall’1,20% di settembre
allo 0,8% attuale.
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Utili in frenata
Stesso discorso per gli utili delle aziende quotate in Borsa. Secondo i calcoli di Refinitiv, le attese degli analisti sui
profitti delle imprese europee si sono fortemente ridimensionate: se lo scorso novembre l’attesa era di una crescita del 13%
nel quarto trimestre 2018, ora si propende per un più blando 6%. Ed escludendo le società energetiche, la media scende al
3,9%. Idem negli Stati Uniti. Per il 2019 si stimano utili in crescita del 7%: un drastico calo rispetto al +10% previsto
solo tre mesi fa. A dispetto di questo brusco ridimensionamento delle aspettative congiunturali e aziendali, però, solo il
14% degli investitori - secondo il sondaggio di Bank of America - ritiene che il mondo si stia avvicinando a una vera e propria
recessione.
Frenata sì ma non recessione
E questo è il punto chiave: sul mercato ci si aspetta che l’economia andrà male, ma non malissimo. Il pensiero dominante è
che alle porte ci sia una frenata, ma non una recessione. Questo è lo scenario forse migliore per gli investitori: il futuro
attualmente non appare infatti sufficientemente nero da far paura, ma lo è abbastanza da sperare in un intervento delle banche
centrali. Per dirla con altre parole: attualmente sembra che gli investitori si aspettino di avere nel 2019 sia la botte piena
(economia col segno più), sia la moglie ubriaca (banche centrali più espansive del previsto). Che questa speranza venga soddisfatta
è tutto da vedere, ma oggi è l’elemento che sostiene in generale le Borse. Certo, l’equilibrio è precario. Basta poco per
romperlo. Ma dal 4 gennaio, data in cui il presidente della Federal Reserve Powell per primo ha aperto la porta a un atteggiamento
più accomodante, il rimbalzo dei listini è stato sostenuto proprio da questa speranza.
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