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Questo articolo è stato pubblicato il 20 novembre 2012 alle ore 07:14.
Danilo Larini
Più spazio ai family office: è una tendenza che si registra anche in Italia. UniCredit, per esempio, tramite la sua fiduciaria (Cordusio fiduciaria) ne sta mettendo in piedi uno. Una radiografia del settore è stata tracciata da Cambridge Associate che ha identificato sette modelli presenti in Europa e negli Stati Uniti.
«In Europa e quindi in Italia il più diffuso è il modello che abbiamo chiamato Family Office maturo – spiega Annachiara Marcandalli, managing director della società – in tutte le diverse regioni del mondo il modello di family office dipende dalla dimensione del portafoglio investibile e dagli anni di costituzione del family office come entità indipendente dal resto della struttura familiare».
I family office europei che hanno partecipato all'indagine hanno una dimensione media di asset investibili di oltre 1,2 miliardi di dollari. A questi livelli dimensionali le economie di scala sono tali da rendere efficiente lo sviluppo di capacità e competenze di gestione di portafoglio interne e l'utilizzo di fornitori esterni solo dove c'è bisogno di competenze specializzate (come per esempio nell'implementazione delle classi alternative di private equity e hedge fund).
«In Italia – spiega Marcandalli – il quadro è misto perché ci sono alcuni family office che sono simili dimensionalmente al quadro europeo, ma sono pochi, mentre la stragrande maggioranza è molto più piccolo e di recente costituzione. La maggior parte dei family office italiani è di fatto non ancora separato dalla realtà industriale che ha generato la ricchezza». Anche la gamma di servizi richiesti e utilizzati è funzione, ancora una volta, delle dimensioni e del livello di diversificazione degli investimenti del family office. Quelli che hanno dimensioni minori tendono a delegare ai consulenti la maggior parte del loro processo di investimento.
Quelli dimensionalmente maggiori tendono invece a usare i consulenti per progetti specifici (per esempio la revisione dell'asset allocation strategica) oppure per la selezione dei gestori in classi di investimento più complesse (hedge fund e private equity). «La crisi finanziaria ha spinto i family office di ogni dimensione a essere molto più esigenti e attenti nella scelta e nel monitoraggio di tutti i diversi fornitori di servizi – aggiunge ancora Marcandalli – dalle banche, ai gestori esterni. In particolare nella scelta dei gestori esterni in tutte le diverse classi di investimento si è posto un accento maggiore sulla qualità e la robustezza dei processi di due diligence, selezione e monitoraggio periodico».
Rispetto all'edizione precedente dello studio, condotto nel giugno del 2008, prima della grande crisi finanziaria, si evidenziano alcuni cambiamenti. Quello più significativo che emerge è la maggior enfasi sul risk management e in particolare l'attento studio delle implicazioni sulle esigenze di liquidità del portafoglio, soprattutto per i portafogli con un'allocazione significativa al private equity. Sempre in tema di risk management, il continuo miglioramento del processo di selezione e monitoraggio dei gestori è un ulteriore elemento di approfondimento.
«È anche importante sottolineare quello che non è cambiato – conclude Marcandalli –. I membri delle famiglie rimangono pienamente coinvolti nel monitoraggio di tutti gli aspetti gestionali dei family office. Non abbiamo visto un aumento della cosiddetta "professionalizzazione" dei comitati di investimento in cui membri esterni, provenienti dal mondo della gestione istituzionale, si aggiungono ai comitati.
L'altro aspetto che non è mutato è che il livello dei compensi per i professionisti che lavorano nei family office non è cambiato dal 2008. Questo risultato non ci sorprende perché il mondo degli investimenti e della gestione non si è certo semplificato, anzi, la complicazione e l'incertezza sono aumentate».
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