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Questo articolo è stato pubblicato il 25 marzo 2014 alle ore 06:37.

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MILANO
«L'Ice deve restare. Non per la politica ma nell'esclusivo interesse degli imprenditori». Si dice piuttosto sereno, sul destino dell'Ente, il viceministro allo Sviluppo economico, Carlo Calenda, ieri a Milano per la terza tappa del road show sui servizi di internazionalizzazione coordinato dall'Ice – su incarico del ministero dello Sviluppo economico – assieme ad Affari esteri, Sace, Simest, Confindustria, Unioncamere Rete Imprese Italia e Alleanza delle Cooperative.
Il riferimento è al piano di spending review di Carlo Cottarelli che nella ventina di presunti "enti inutili" da abolire, per un risparmio di 300 milioni di euro in 3 anni, oltre a Cnel, Enit ed Aran, ha incluso anche l'Ice, già cancellato nel 2011 e riaperto l'anno dopo.
Possibili fusioni o accorpamenti con Sace e Simest, gli altri "strumenti" a supporto dell'export? Ipotesi, che per ora, non risultano al vaglio.
«Semmai – ha spiegato Calenda – dobbiamo portare l'Ice più vicino alle imprese, renderlo più customer driven, orientato al cliente. Abbiamo raddoppiato i fondi, passando a 60 milioni di euro, dei quali 22 erano stanziamenti fermi al ministero dal 1993. I nostri omologhi tedeschi hanno a disposizione 170 milioni, gli spagnoli 140 milioni di euro. Spendiamo meno di tutti i nostri partner esteri, mentre l'export è spesso, da 5 anni, l'unica voce positiva per le nostre imprese».
Intanto, da tutta la Lombardia, sono state 600, ieri, le imprese presenti al road show con i funzionari di Mise, Ice, Sace e Simest, che si è svolto al centro congressi della fiera di Rho. Tra queste, oltre 280 aziende non esportano con continuità sui mercati esteri. Una formula che sembra funzionare, dato che delle 16/17 tappe previste si sta pensando di portarle a 25.
«Crediamo molto in questa formula – ha spiegato Roberto Luongo, direttore generale dell'Ice –. Perchè vogliamo fornire un check-up personalizzato alle aziende, che per battere la crisi possono uscire dai confini dell'Italia e vendere i loro prodotti all'estero utilizzando al meglio la rete dei nostri 65 uffici».
Roberto Virgilio è un artigiano milanese dell'oreficeria, ha 3 dipendenti e fattura 360mila euro l'anno per oltre il 90% all'estero, perchè lavora per conto terzi per due aziende, in Usa e Regno Unito. «Il mercato interno per noi non esiste più – ha spiegato Virgilio – e riuscire ad ampliare la possibilità di andare all'estero è per me una necessità di sopravvivenza». Negli Emirati Arabi? «Abbiamo fatto una fiera e avviato un contatto che poi non è andato a buon fine». In Asia? «Lì – spiega – bisogna essere un brand del lusso. Non apprezzano il pregio della lavorazione, ma solo il marchio "blasonato". Per noi non c'è spazio». Vi si trova in internet? «Il sito web – ammette – non ce l'ho ancora. Non volevo infastidire i miei clienti. Ma ho sbagliato e ho perso tempo. Ci sto lavorando».
A Milano, un focus pomeridiano è stato dedicato alle start-up, che hanno incontrato l'Ice per poter costruire sinergie più mirate alle loro specificità, dato che il decreto Sviluppo 179/2012 (convertito dalla legge 221/2012), ha spiegato Mauro Mariani, responsabile Ice per le start up «conferisce all'Ente il sostegno alle cosiddette "start-up innovative", cioè le imprese in fase di avvio iscritte nell'apposito registro delle Camere di commercio. Si va dall'assistenza in materia normativa, societaria e fiscale all'individuazione delle principali fiere e manifestazioni internazionali in cui ospitare gratuitamente le start up, sino a favorire gli incontri con investitori potenziali. Oltre a uno sconto del 30% sulle tariffe previste dal catalogo dei nostri servizi».
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