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Questo articolo è stato pubblicato il 09 luglio 2014 alle ore 06:40.

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MILANO
Fercargo (l'associazione delle imprese ferroviarie non riconducibili al gruppo Fs) e Assologistica attaccano pesantemente l'art. 29 del Dl Competitività. Secondo Fercargo la norma, nella formulazione attuale, prevede un aggravio generale dei costi per l'energia per il trasporto ferroviario di almeno 120 milioni di euro (cifra approssimata per difetto), da ripartirsi tra i soli trasporti non oggetto di servizio universale. «A una prima sommaria analisi – spiega Fercargo – questo si quantificherebbe per i nostri trasporti in un incremento di costo superiore a un euro per treno/chilometro, ovvero significherebbe un aumento del costo del pedaggio di oltre il 30%, passando lo stesso dagli attuali tre euro per chilometro a quattro euro per chilometro». A causa delle difficoltà del mercato e della crisi del settore, si legge in una lettera che Fercargo ha inviato al ministro Maurizio Lupi e al premier Matteo Renzi, «un incremento anche minimo dei costi sarebbe difficilmente assorbibile per le imprese da noi rappresentate; un aumento del costo del pedaggio così come ipotizzato dalla norma in oggetto, che incrementerebbe i costi aziendali nel loro complesso di circa il 10% è assolutamente insostenibile e determinerebbe l'immediato default delle nostre aziende. Questo comporterebbe la definitiva estinzione nel nostro Paese del trasporto merci su ferrovia». «Un aumento del 30% del costo delle tracce – incalza Assologistica – non è sopportabile dal cargo ferroviario e ciò trova riscontro anche nel parere espresso dall'VIII Commissione del Senato in cui si chiede il mantenimento delle tariffe elettriche attuali per il settore».
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