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Questo articolo è stato pubblicato il 20 agosto 2014 alle ore 06:37.

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di Vittorio Borelli Ha perfettamente ragione Lisa Ferrarini quando sostiene, nella sua lettera «Made in, una chance da non perdere», la necessità di approvare, in sede europea ed in tempi brevi, una legge che introduca nell'ordinamento comunitario l'indicazione obbligatoria di origine delle merci.
Una norma che, nonostante le note opposizioni di diversi paesi dell'Europa centro-settentrionale, deve diventare una priorità nell'agenda economica del semestre di presidenza italiana della Ue, perché in linea con quanto il nostro Governo sta facendo in Italia ed in Europa per favorire crescita economica ed occupazione attraverso l'introduzione di concreti strumenti normativi. Una legge europea sul "made in" prima ancora che una norma giusta secondo le regole del Wto e già applicata in tantissimi Stati nel mondo – Stati Uniti, Canada, Cina, India, Giappone tra gli altri – è anche e soprattutto una duplice battaglia di civiltà.
L'industria italiana delle piastrelle di ceramica esporta l'82% di quanto produce, con una ripartizione 50 - 50 tra mercati comunitari e altre aree. Vendiamo con prezzi che oscillano tra il doppio e tre volte quello dei nostri concorrenti, perché chi acquista i nostri prodotti chiede anche e soprattutto la «Bellezza dell'Abitare Italiano». Un unicum a livello internazionale del cui valore ne abbiamo quotidianamente conferma quando – purtroppo – tocchiamo con mano i casi di contraffazione ed il moltiplicarsi di collezioni ceramiche prodotte all'estero il cui tratto distintivo è solamente l'Italian Sounding.
L'Italia della manifattura ceramica è capace di generare valore attraverso il design, la qualità delle produzioni, l'individuazione di nuovi segmenti di mercato e destinazioni d'uso, che purtroppo viene in gran parte disperso da una concorrenza extracomunitaria che prospera proprio sull'assenza di norme sull'origine delle merci.
In questa richiesta Confindustria Ceramica e Cerame Unie – la Federazione europea che riunisce tutte le associazioni del comparto della ceramica – sono perfettamente allineate e determinate nel richiedere l'approvazione di una norma capace di sviluppare il settore, con effetti diretti sull'occupazione in tutti i Paesi europei che vedono la presenza di questa manifattura.
La legge sul "made in" contempla anche una seconda battaglia di civiltà: quella di consentire al cittadino - consumatore di essere consapevole delle proprie scelte. L'industria ceramica italiana ed europea chiedono che anche nelle scelte economiche della vita di tutti i giorni venga data al consumatore europeo la possibilità di scegliere in modo consapevole, anche e soprattutto attraverso l'indicazione di origine della merce. Una richiesta che si scontra con un paradosso tutto europeo.
Lungo i percorsi di armonizzazione delle diverse norme nazionali, l'Europa impone etichette obbligatorie su gran parte dei prodotti o sulle confezioni, per consentire una chiara identificazione dei materiali o delle date di scadenza. Paradossale che quella stessa Europa neghi l'informazione più importante, chi è il Paese produttore.
Negare il diritto al "made in" significa negare al consumatore una scelta libera e consapevole, disperdere opportunità di sviluppo ed occupazione, rischiando di alimentare nell'opinione pubblica l'idea di una Europa tecnocratica e lontana dai cittadini.
Presidente di Confindustria Ceramica
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