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Questo articolo è stato pubblicato il 25 settembre 2014 alle ore 17:19.
L'ultima modifica è del 25 settembre 2014 alle ore 17:23.

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Il Piemonte è una delle regioni italiane più colpite dal peggioramento dei rapporti con la Russia. «L'export piemontese, nei primi sei mesi di quest'anno, è calato – assicura Cristina Tumiatti, presidente del gruppo Giovani imprenditori dell'Unione industriale di Torino, intervenuta ad un seminario sui rapporti con la Russia – del 19%». In pratica il doppio rispetto alla media nazionale. Un tracollo che si è accentuato nel secondo trimestre (-29,2% per le vendite piemontesi). «Ma i dati – aggiunge Tumiatti – sono destinati a peggiorare ulteriormente perché il calo del primo semestre era antecedente all'entrata in vigore delle sanzioni contro Mosca ed alle contromisure russe».

Le prospettive, dunque, sono pessime. Antonio Fallico - presidente dell'Associazione Conoscere Eurasia e di Banca Intesa Russia che, insieme a Intesa Sanpaolo e allo studio legale Gianni, Origoni, Grippo, Cappelli & Partners, hanno organizzato a Torino il convegno – ricorda che, solo ad agosto, l'export italiano verso Mosca è calato del 16,3%. Ma anche sul fronte opposto la situazione è destinata a peggiorare. «Le presenze di turisti russi in Italia - aggiunge Fallico – sono calate del 22%» e per un settore in difficoltà come quello del turismo italiano non è un problema da poco, soprattutto in vista della stagione invernale e considerando che la spesa pro capite dei turisti russi è particolarmente elevata.
Ma Tumiatti è preoccupata anche per il blocco di importazioni. «Nella prima parte dell'anno - sottolinea - la flessione dell'import russo in Piemonte è stata limitata al 3,5% ma ora rischiamo di dover rinunciare a tutte quelle materie prime che per noi sono indispensabili per continuare a produrre».

Senza dimenticare il blocco ad operazioni avviate da tempo. Tumiatti, responsabile commerciale della Sea Marconi, ricorda che l'azienda aveva avviato da tempo un progetto, in collaborazione con un partner russo, per la decontaminazione del parco trasformatori elettrici delle ferrovie locali. Un'operazione da 3 milioni di euro in due anni. Ora tutto si è fermato e, per la presidente dei giovani imprenditori, il sequestro di beni degli imprenditori russi che operano in Italia rischia di compromettere ulteriormente gli investimenti dei colossi russi nel nostro Paese.

Proprio quegli investimenti auspicati dal sindaco di Torino, Piero Fassino, che ha ricordato come la capitale piemontese abbia 4 milioni di metri quadrati di aree ex industriali da riqualificare e trasformare. «La Russia – ha sottolineato il sindaco – ha i capitali per farlo e per diventare protagonista della trasformazione di Torino». Che, in cambio, offre la qualità di una formazione universitaria già impegnata in progetti di collaborazione con i russi, dall'ingegneria mineraria alla fisica, alla matematica, alla medicina.

Per Fassino Torino può diventare il fulcro di un rilancio dei rapporti tra Mosca e l'Italia. Ma occorre far presto. Perché Sergey Razov, ambasciatore della Federazione russa in Italia, ha evidenziato come la Russia sia in grado di fronteggiare le sanzioni rivolgendosi ad altri partner. A partire dalla Cina, ma senza trascurare la Corea, il Sudafrica, l'America Latina. Dal settore tecnologico-industriale a quello agroalimentare. Nuovi partner che, con il passare del tempo, rischiano di diventare strategici, soppiantando i fornitori italiani. Razov ha però tranquillizzato sulle forniture di gas all'Italia per i prossimi mesi: la Russia è un partner affidabile e rispetterà gli accordi. E da domani di gas si discuterà proprio tra Mosca, Kiev e l'Unione europea.

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