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Questo articolo è stato pubblicato il 29 ottobre 2014 alle ore 09:53.
L'ultima modifica è del 29 ottobre 2014 alle ore 10:08.

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Un misero centesimo al giorno di discesa per le tasche degli automobilisti nonostante il vero crollo dei prezzi internazionali del petrolio. Davvero i conti non tornano? E qualcuno fa la cresta su benzina e gasolio? Le accuse si sprecano di nuovo in questi giorni. A colpi di interrogazioni parlamentari, di studi prospettici, di assalti a nome delle associazioni dei consumatori che fanno appello al governo ma anche alla procura della Repubblica agitando lo spettro dei giochi speculativi.

Vero è che al distributore i cali di prezzo sono davvero col contagocce. Ma è anche vero che trovare il colpevole della filiera commerciale è, com'è stato finora, davvero difficile. A causa di un paio di fattori fondamentali che l'Unione Petrolifera, a nome degli operatori del settore, non fa che ripetere. Con il sostegno, per la verità, degli analisti più quotati e perfino con l'implicito placet delle autorità di vigilanza, che hanno tentato di cogliere in fallo più volte petrolieri senza riuscirci.

Crolli dei prezzi internazionali e riduzioni striminzite ai nostri distributori? Colpa essenzialmente di due fattori: l'inevitabile ritardo con il quale i listini internazionali vengono filtrati dalla catena commerciale per arrivare nei serbatoi delle auto, e la voracità senza pari del fisco italiano.

La doppia velocità
Sul primo fattore le polemiche, anche con qualche apparente ragione, ci sono snodate negli anni e si riproducono ancora oggi. C'è o non c'è una doppia velocità di adeguamento al rialzo e ribasso che configura una speculazione nel mercato? Le indagini dell'Antitrust non hanno finora provato la colpa. C'è una perdurante e immarcescibile azione del fisco tricolore nei confronti dei carburanti, trasversale a tutti i partiti e a tutte le stagioni? Sì. Inequivocabilmente sì. Tant'è che ormai lo schema si è consolidato: circa il 60% dei denari che consegniamo al distributore va direttamente nelle casse dello Stato, indipendentemente dal costo del carburante, che dunque rappresenta meno della metà di quel che sborsiamo. Ed è qui, innanzitutto, la doppia velocità: la percentuale di diminuzione dei prezzi internazionali non può far altro che dimezzarsi della quota di sconto del prezzo alla pompa.

Lo stillicidio continua
Ma la mannaia fiscale naturalmente non si ferma qui. Perché il peso percentuale della tassazione sui carburanti non si limita a confermare persino le voci di prelievo risalenti alle guerre passate o la ricostruzione postbellica del nostro paese, conservando senza alcun pudore la loro originale denominazione. Il gioco continua. Magari approfittando, ora come non mai, proprio dei cali delle quotazioni sui mercati internazionali, seppure con una piccola e assai blanda giustificazione: con la diminuzione del prezzo industriale diminuiscono in proporzione le entrate Iva, che al contrario delle accise sono in quota percentuale e non in cifra fissa rispetto al litro di carburante. Cosa che ha determinato da metà luglio ad oggi, a causa della diminuzione di circa 10 centesimi del prezzo industriale, quasi 70 milioni di entrate in meno per le casse dello Stato. Che naturalmente ritiene di doversi rifare, con cospicui interessi.

La tabella pubblicata in allegato è di parte. Viene dall'Unione petrolifera. Ma i dati sembrerebbero incontrovertibili. Con una piccola avvertenza: non è aggiornata. E ciò si giustifica: nuove avvisaglie e nuove addizionali arrivano praticamente di giorno in giorno. Ecco così gli ultimi “regali” che vengono dalla legge di stabilità agli articoli 44 e 45, che dispongono un ulteriore aumento della tassazione sotto forma di clausole di salvaguardia, con un aumento programmato delle accise ma anche dell'Iva sui carburanti al 2018 che vale 700 milioni l'anno. A cui si somma come ulteriore clausola di salvaguardia aggiuntiva, se la prima manovra non dovesse rivelarsi sufficiente, un ulteriore aumento delle accise per quasi un miliardo di euro già nel 2015.

Qualcuno trova comunque modo di speculare? L'Unione Petrolifera nega decisamente. Si appella a i numeri. «Rispetto al novembre 2010 quando il greggio era sugli stessi livelli attuali oggi - spiegano gli analisti dell'Up - la benzina costa 29 centesimi di più, di cui 25 dovuti alla maggiore tassazione e 4 per effetto del cambio. Quindi senza queste due variabili oggi costerebbe come allora. Per il gasolio l'aumento rispetto al 2010 è stato di 33 centesimi, di cui 28 per le tasse e 4 per il cambio. Dunque nulla può essere imputato alle compagnie anche alla luce dello stacco che in media hanno a livello di prezzo industriale; si mantiene sui due centesimi, ma l'aumento della tassazione ha annullato qualsiasi beneficio per i consumatori». Di più: «La legge di stabilità 2015 prevede ulteriori aumenti, oltre a quelli già disposti dal Dl sull'Imu». E così «solo per il 2015 potrebbero arrivare ulteriori aumenti per altri quattro centesimi al netto dell'Iva». Con buona pace degli automobilisti.

Guarda le componenti dei prezzi alla pompa

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