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Questo articolo è stato pubblicato il 29 novembre 2014 alle ore 08:14.

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TORINO

Resta in primo piano il tema della giustizia per il caso Eternit. Gli avvocati difensori di Stephan Schmidheiny, condannato in primo e secondo grado per disastro ambientale e poi assolto dalla Cassazione, perché il reato è stato considerato prescritto, hanno ricevuto le cinquemila pagine contenenti gli atti delle indagini della Procura di Torino per Eternit bis. E stanno valutando la possibilità di presentare una memoria difensiva.

Si tratta del secondo filone di inchiestaa cui hanno lavorato i sostituti procuratori Raffaele Guariniello e Gianfranco Colace per oltre 250 morti a causa dell’esposizione all’amianto. Il reato ipotizzato dalla Procura, in questo caso, è l’omicidio volontario: nelle 5mila pagine depositate dagli inquirenti scorrono le cartelle cliniche degli ammalati, le diagnosi impietose, i danni causati dall’esposizione ambientale all’amianto.

Le indagini si sono chiuse la settimana scorsa, depositato il fascicolo ora tocca alla difesa decidere entro dieci giorni cosa fare. Con ogni probabilità Schmidheiny presenterà al tribunale di Torino una memoria difensiva ma non chiederà di essere sentito. I suoi difensori hanno già espresso dubbi sulla possibilità di processarlo una seconda volta per gli stessi fatti trattati nel maxi processo di Torino, ma di fatto la macchina della giustizia si è rimessa in moto. E questa volta si aprirà anche un fronte europeo visto che dopo l’annullamento della sentenza di condanna emessa dalla Suprema corte, è emersa la volontà, tanto delle istituzioni quanto delle famiglie delle vittime di amianto, di portare il caso alla Corte europea. «Lo faremo - sottolinea Sergio Bonetto, legale di parte civile nel processo Eternit di Torino - dopo che avremo avuto le motivazioni della sentenza della Cassazione».

Tra le 256 persone morte a causa delle gravi patologie tumorali indotte dall’amianto, soltanto 66 erano ex dipendenti dello stabilimento Eternit di Casale Monferrato, chiuso nel 1986. Per tutti gli altri, i «cittadini» come li definiscono a Casale, la malattia è arrivata senza aver mai messo piede nello stabilimento. «Si tratta di persone che di fatto ancora oggi non hanno alcun riconoscimento economico - spiega Bruno Pesce, coordinatore dell’Afeva, l’associazione familiari delle vittime di amianto - visto che le coperture Inail e del fondo Amianto,in vigore da due anni, sono riservate asclusivamente ai casi di malattia professionale». Una disuguaglianza, aggiunge Pesce, «che mette ancora più in evidenza l’ingiustizia della sentenza e stride con la realtà, perché in Italia almeno la metà dei casi di mesotelioma, in totale 1.500 all’anno, non sono riconosciuti come malattie professionali. Si tratta di vittime ambientali dell’amianto e nel caso di Casale Monferrato, un’area ancora fortemente contaminata, l’incidenza sale al 70-80 per cento». Anche di questo la delegazione di familiari e amministratori locali ha parlato con il presidente Renzi nell’incontro di martedì scorso a Roma «Abbiamo chiesto di farsi carico di questa disparità e di allargare le forme di riconoscimento economico nei casi di mesotelioma a tutti gli ammalati».

Due intanto i percorsi “dedicati” aperti a livello legislativo per favorire l’avanzamento al Senato del disegno di legge sugli ecoreati - come appunto il disastro ambientale - accanto alle proposte di riforma dei tempi della prescrizione, con il Ddl del Governo, alla Camera. 

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