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Da «Chi l’ha visto» al «back to business»: diventare imprenditori in barba alla sfortuna

Combattere quella che in Lombardia viene detta “sfiga”, rimboccandosi le mani e reiniziando tutto da zero. Con caparbietà, modestia e tanta voglia di lavorare. Quella che andremo a raccontare è una vicenda iniziata drammaticamente, sviluppatasi con tenacia e non ancora finita, ma ora con buone speranze di risolversi positivamente.

Tutto parte da un fatto di cronaca che ebbe notevole risonanza sui giornali e in tv nei primi mesi del 2014: la scomparsa, il 21 novembre 2013, di Geoffrey Page Barton, imprenditore australiano trapiantato in Lombardia, titolare della azienda di spedizioni Imx. Una piccola ma ben avviata realtà, con 26 dipendenti, che si occupava come terzista di spedizioni postali, lavorando principalmente (ma non solo) con gli editori. Con la scomparsa di Barton (e dei soldi in cassa, e della possibilità di firmare gli assegni per il pagamento dei fornitori), la Imx si ritrovò improvvisamente, da un giorno all’altro, a non poter più operare.

Per la cronaca, di Barton non si è saputo più nulla (la vicenda fu trattata più volte dal programma Rai condotto da Federica Sciarelli, Chi l’ha visto: http://www.chilhavisto.rai.it/dl/clv/Scomparsi/ContentSet-eee176e1-ba72-4c92-8c3a-76c05897a98e.html). La Imx fu posta in liquidazione, e tutti i dipendenti persero il lavoro. I clienti, scottati dalla impossibilità di portare a termine le consegne da parte di una società ormai moribonda, si rivolsero alla concorrenza, o ai servizi postali tradizionali.

Il business è infatti questo: io ti propongo un servizio onnicomprensivo di spedizione alternativo alle poste tradizionali, vantaggioso in termini economici rispetto alle poste e ancor di più rispetto ai corrieri espresso, dato che posso usare il vettore migliore a seconda della destinazione del tuo oggetto. Tu devi solo preoccuparti di dirmi dove il tuo pacco o plico deve andare; al resto ci penso io.

La difficile rinascita
Pochi giorni dopo il “disastro”, alcuni decisero che non si poteva assolutamente lasciar morire il know how accumulato in anni di esperienza con Imx. Che valeva la pena di provarci. Che esisteva un buco di mercato che poteva, anzi doveva, essere colmato. Questo anche grazie al fatto che uno dei maggiori clienti della “vecchia” Imx, una società americana, ha subito chiesto ad alcuni ex dipendenti: «che intendete fare? Noi dobbiamo spedire; possiamo contare su di voi? “Please” continuate a fare il vostro lavoro: siete gente seria».

La sfida fu accettata. Nacque così la Ifs, una azienda uninominale gestita da Graziano Rizzi, presto trasformatasi, ad aprile 2014, in una srl con due soci. Le difficoltà da affrontare sono state tante. Innazitutto, una società di spedizione, per quanto operi come terzista, non può non avere degli uffici e un magazzino. Come ci racconta Daniele Berardi, amministratore di Ifs, «all’inizio siamo stati ospiti di un amico, presso la sede della Complast di Davide Riboldi, a Cormano (nel nord milanese, ndr).

A caccia di credibilità
Poi, bisognava riconquistare un elemento fondamentale, soprattutto in una società di servizi: la credibilità. Molti vecchi clienti della Imx erano rimasti scottati dall’esperienza. La scomparsa di Barton aveva bloccato diverse spedizioni, con merce non consegnata e forti disservizi. I primi tempi, quindi, fu difficile riuscire a trovare qualcuno che credesse alla nuova, piccola struttura. Per chi vendeva -nel frattempo ai due soci si aggiunse in organico alla società un venditore di esperienza, Giuseppe Carapella, anche lui proveniente dalla Imx- non era facile far capire che nessuno di Ifs c’entrava qualcosa con il patatrac accaduto il 21 novembre 2013. Pian piano, però, alcuni dei vecchi clienti cominciarono a tornare. Il più grosso dei quali è il Messaggero di San’Antonio. E via via tanti altri.
«I primi mesi -racconta ancora Berardi- svolgevamo le trattative con i clienti includendo una clausola particolare: i pagamenti sarebbero dovuti essere velocissimi. Non avevamo infatti alcun fondo di cassa. Ora per fortuna, la situazione si è normalizzata. Anche se con alcuni clienti abbiamo un rapporto così buono, per esempio proprio con il Messaggero di Sant’Antonio: ci ha detto che, nel caso ci trovassimo in difficoltà nel pagare un fornitore per una loro consegna, la prima cosa che dovremmo fare è chiamarli!».

Un altro punto di svolta ci fu il primo ottobre 2014, quando la Ifs si trasferì finalmente in un ufficio proprio, a Paderno Dugnano, con annesso magazzino. Insomma, un lento, ma costante sviluppo: il fatturato del 2014 è stato di 2,5 milioni di euro. «Da qualche mese - continua ancora Berardi - siamo riusciti anche ad assumere due persone con il contratto a tutele crescenti del Jobs Act».

Credito e futuro
Ma quali sono le difficoltà maggiori che deve superare una piccola società che nasce? «Innanzitutto -ammette Berardi- c’è il problema della burocrazia». E le necessità di cassa? «Guardi, su quello la nostra banca (il Banco di Desio) non ci ha minimamente aiutato. Abbiamo dovuto evitare sconfini di cassa: proprio per questo nei primi tempi chiedevamo pagamenti immediati. Pensi che la migliore proposta di finanziamento l’abbiamo ricevuta da Poste Italiane». Ironia della sorte, quasi un concorrente di Ifs...

Progetti per il futuro? «Oltre al nostro business consueto, siamo molto interessati al discorso dell’ecommerce. Attualmente, le piccole strutture che spediscono in giro i loro prodotti devono rivolgersi o alle poste tradizionali, o ai costosi corrieri espresso. Noi potremmo essere una buona alternativa». Nel frattempo, in Ifs, il giorno della nostra visita, c’è aria di festa: è arrivata la prima consegna da effettuare di Quattroruote, il mensile dedicato alle auto dell’Editoriale Domus. Un nuovo cliente appena conquistato.

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