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Questo articolo è stato pubblicato il 09 giugno 2015 alle ore 06:38.

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La nuova Confindustria Emilia nata dall’unione di Modena, Bologna e Ferrara (3.200 imprese con oltre 171mila dipendenti) potrebbe essere operativa già prima del termine transitorio fissato a fine 2018. Per il presidente degli Industriali di Modena si stringeranno al massimo i tempi perché se è vero che la nuova entità partirà dall’1 gennaio 2017 la sua operatività concreta sarà poi legata alla nomina del nuovo presidente che rappresenterà congiuntamente le attuali realtà confindustriali di Bologna, Modena e Ferrara. «E se Reggio Emilia vorrà entrare a far parte del gruppo nel rispetto delle condizioni che le tre associazioni hanno messo nero su bianco – ha ribadito Caiumi – lo porte sono aperte. La distanza credo si possa rapidamente colmare ma la decisione, a questo punto, non spetta più a noi».

Le ragioni dell’unione stanno, secondo il presidente di Unindustria Bologna Alberto Vacchi «nella necessità di evolvere il sistema e nella qualità dei servizi offerti, specie sotto il profilo dell’export che resta la chiave di volta dello sviluppo e della crescita dell’area». Già ora, infatti, le tre province di Modena, Bologna e Ferrara insieme rappresentato il 49% dell'export della regione (per un totale aggregato di 25,9 miliardi) e il 6,5% del totale nazionale. Un’aggregazione importante anche per il tessuto industriale della provincia di Ferrara che, come ha ribadito il presidente di Unindustria Ferrara Riccardo Maiarelli, può trovare nuove opportunità di crescita e di sviluppo puntando con decisione sull’asse che si dipana lungo la via Emilia.

Del resto la scommessa della nuova aggregazione – a cui si accompagna con la stessa tempistica anche la unificazione del bacino romagnolo con la confluenza di Ravenna, Rimini e Forlì-Cesena – si gioca tutta sulla qualità dei servizi che la nuova aggregazione sarà in grado di offrire a livello centrale senza “scardinare” gli assetti territoriale esistenti ma mettendo a fattor comune tutte le risorse. «Senza – spiega Vacchi – sacrifici di personale anche perché le associazioni territoriali sono già abbastanza asciutte. Semmai si ragionerà in termini di turn over, ma non certo di riduzione immediata di addetti».

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