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Questo articolo è stato pubblicato il 10 giugno 2015 alle ore 06:37.

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MILANO

Chiuse le indagini sulle presunte corruzione e turbativa d’asta nell’appalto delle Vie d’acqua di Expo. Con una novità: anche la società dell’evento universale, partecipata dagli enti pubblici, risulta indagata sulla base della legge 231 (responsabilità penale amministrativa delle società). Oltre che per Expo spa, i pm milanesi Claudio Gittardi e Antonio D’Alessio chiedono il rinvio a giudizio per le aziende Maltauro, Tagliabue e per le imprese di consulenza Ace Mill, High Engineering e Sps. Nell’elenco ci sono inoltre quattro persone: Enrico Maltauro, ex presidente della società edile omonima; Giuseppe Asti, titolare della Tagliabue; Livio Acerbo, figlio dell’ex subcommissario di Expo che ha già patteggiato nella stessa vicenda giudiziaria; Arturo Donadio, titolare della società di ingegneria Sps.

Oggetto dell’indagine, iniziata nel 2014, è l’appalto da 55 milioni per le Vie d’acqua sud, affidato alla cordata guidata dalla Maltauro con un ribasso d’asta a 42 milioni. Antonio Acerbo, all’epoca a capo della commissione di gara e responsabile dei lavori, secondo l’accusa aggiudicò la commessa dietro la promessa di assicurare consulenze per il figlio Livio, che ottenne un lavoro da 36mila euro per le sue società Ace Mill e High Engineering e la promessa di ricevere altri per 150mila euro. A turbare l’asta, oltre ad Antonio Acerbo, sarebbero stati Giandomenico Maltauro, consulente dell’omonima società e parente del titolare Enrico, e Andrea Castellotti, prima direttore della Tagliabue e poi entrato come facility manager nel Padiglione Italia di Expo. I tre hanno già patteggiato.

La richiesta di rinvio a giudizio riguarda i quattro professionisti con un procedimento ancora aperto: Livio Acerbo, in quanto effettivo beneficiario delle tangenti, secondo gli inquirenti; Enrico Maltauro in quanto presunto corruttore; Arturo Donadio, che tramite Sps avrebbe promesso di girare consulenze a Livio Acerbo; Giuseppe Asti, titolare della Tagliabue, azienda per la quale Antonio Acerbo si sarebbe adoperato per farla entrare nella cordata vincitrice in cambio di favori per il figlio.

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