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milano , giorno 1

Lo show di Gucci rilancia l'eccentricità. L’individualità di N°21 e Puglisi, romanticismo da Ferretti e Blugirl

Si discute intensamente, in questi giorni di entusiasmo per la rivoluzione – apparente, vien da pensare – del “vedi & compra”, sulla utilità della sfilata di moda, strumento espressivo legato a parametri, si dice, superati: un evento di dieci minuti appena, chiuso all’esterno ma trasmesso globalmente, attraverso il quale designer e case di moda si giocano sei mesi di lavoro. La questione è certamente delicata.

L’esclusività e la gerarchia a volte meschina del fashion show probabilmente non hanno più senso in un mondo che il digitale ha reso fluido, senza barriere e illusoriamente democratico. Non lo ha forse nemmeno il sostanzioso divario temporale tra presentazione agli addetti ai lavori e vendita al pubblico finale, anche se l’attesa è il detonatore del desiderio autentico.

Il valore della sfilata come strumento narrativo e dispositivo di definizione di un immaginario rimane invece indiscusso e indiscutibile. Un fashion show è una esperienza fisica, non virtuale. È una performance immersiva e avvolgente che insieme alla vista stimola tutti i sensi. Nessun altro mezzo riesce a riunire le stesse variabili in un tempo così breve e con una intensità così totale. La moda, del resto, non è fatta solo di vestiti: questi sono i protagonisti, certo, ma funzionano come vettori che conducono dentro un mondo di sogni, aspirazioni, desideri. Una sfilata riuscita è quella in cui il pubblico di riferimento aspira ad essere come il personaggio che solca la passerella. Compra l’abito, ma è dall’immaginario che si lascia irretire ed è al codice estetico che vuole appartenere.

Lo si è visto con chiarezza nella parata inesorabile e rutilante con la quale Gucci ha aperto ieri la fashion week milanese. Far sfilare le modelle dietro una cortina trasparente rischiarata da lampi stroboscopici al suono di archi e tum tum discotecari si può solo in passerella. Ma è solo cosí che si rende viva la tribù di beautiful freaks che paiono fuggiti da una festa rinascimentale per rifugiarsi allo Studio 54 indulgendo in languori da Bloomsbury Group mentre fiammeggiano come i reietti su King’s Road. La visione è dirompente: un calderone magnetico e intossicante pieno di riferimenti d’ogni genere, dal Rinascimento a Roberta di Camerino, da Zandra Rhodes ai Blitz kids. Ad un anno dalla nomina a direttore creativo, Alessandro Michele si conferma autore e trendsetter: originale e citazionista, da solo è stato capace di smuovere gli equilibri di tutto il sistema, portando una forma poetica di eccesso ed eccentricità al centro del discorso. La sua è una tessitura infinita di temi e variazioni, forse più assemblaggio che design, ma non è un sistema chiuso: a questo giro, ad esempio, il romanticismo sbrecciato lascia spazio a qualcosa di più duro - punk da camera, verrebbe da dire - e insieme di molto sensuale.

I follower, nel frattempo, citano gli stilemi dell’anno scorso. La moda si guccifica a colpi di bluse con il fiocco e stramberie vintage. Cose che Anna Molinari ha sempre fatto, in realtà, ma che adesso da Blugirl esacerba in una bagatelle zuccherina e irresistibile a base di pizzi, cardigan bon ton e decolletè di pelo. Anche Alberta Ferretti è da sempre paladina di una visione di femminilità delicata e impalpabile, mica una romantica dell’ultima ora. Questa stagione i pizzi e i rasi, i tralci e le trasparenze di sempre sono presenti, ma è la donna che cambia: in pigiama e scarmigliata, sembra aver trovato nuova consapevolezza e carnalità. Individualità: è questo il mantra. Per Alessandro Dell’Acqua, in passerella con N°21, significa portare una irriverenza abrasiva tra languori anni trenta, mescolando pattern, sovrapponendo pezzi, creando collage visivi e vestimentari che, per quanto estremi, mettono al centro la persona, con tutte le sue affascinanti imperfezioni, invece che il look. Da Fay, Tommaso Aquilano e Roberto Rimondi perfezionano una ricetta invero riuscita a base di pezzi dal forte impatto che poi ciascuna donna può mescolare come vuole. A questo giro c’è qualcosa di western e di californiano nell’aria, ma la precisione delle linee è quella cui il duo ci ha abituati.

Con gli anfibi, gli stivaletti e il beanie grunge in testa, con le felpe ricamate o le pellicce intarsiate, le cattive ragazze di Fausto Puglisi reiterano e attualizzano stilemi versaciani, stravolgendoli a colpi di ruvidezze metropolitane. Il talento di Puglisi è chiaro: è il codice che va rotto con maggiore decisione. Un carattere, anche questo, che solo un fashion show può rivelare con chiarezza.

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