
Eccola qua, la fiera dei record capace di attrarre buyer da oltre 100 Paesi, stampa e influencer internazionali, stilisti e creativi, industriali e manager. Il mondo della moda maschile rinnova l’appuntamento semestrale al Pitti Uomo (13-16 giugno), alla Fortezza da Basso di Firenze, con la consapevolezza che qui “fioriranno” – il tema-guida della 92esima edizione del salone è proprio Pitti Blooms – idee e progetti, accordi e ordini presenti e futuri. Ma fioriranno anche eventi, presentazioni, sfilate, mostre e installazioni, che da tempo si sono affiancate alla tradizionale parte espositiva.
I numeri aiutano a capire la portata di una fiera diventata la più importante al mondo per la moda maschile: 1.231 i marchi che presentano le collezioni per la primavera-estate 2018, di cui 546 (il 44%) provenienti dall’estero; 15 le sezioni espositive in cui sono distribuite le aziende produttrici; più di 20mila i compratori attesi (negozianti e responsabili acquisti di department store), per il 40% in arrivo dall’estero; più di 110 gli eventi dentro e fuori la Fortezza. E un impatto economico del salone sul territorio pari a quella di una “manovrina” economica (si veda Il Sole 24 Ore di oggi).
È per questo che Claudio Marenzi, fresco presidente di Pitti Uomo, nell’intervista che trovate a pagina 2 afferma tranquillamente che «nella donna ci sono diverse fashion week importanti, mentre nell’uomo c’è Pitti e dietro il baratro». Non solo. A rendere speciale questa edizione c’è il fatto che i record fieristici vanno a braccetto con quello segnato dall’industria italiana della moda maschile. Nel 2016 il fatturato del settore ha superato, per la prima volta, la soglia dei 9 miliardi di euro, secondo i dati definitivi diffusi da Smi, segnando una crescita dell’1,2%. A trainare sono stati abiti e maglieria, che insieme danno l’82,4% dei ricavi, mentre hanno rallentato abbigliamento in pelle, cravatte e camicie. Un ruolo fondamentale ha continuato a giocarlo l’export, che è salito del 2,4% a 5,8 miliardi spinto da Germania, Regno Unito, Spagna, Hong Kong e Giappone, mentre hanno rallentato gli Usa (-8,7%) e la Francia (-1,5%).
Le esportazioni hanno raggiunto così un peso record sul fatturato: il 64,4%, livello mai toccato da alcun comparto (nella moda donna l’export è il 61,3% su 13 miliardi di ricavi; nella moda junior è inferiore al 38% su 2,7 miliardi di ricavi). Crescita dell’export e gelata dell’import (fermo a 4 miliardi) hanno portato al miglioramento del saldo commerciale, che sfiora adesso 1,8 miliardi. Due ombre restano però a offuscare l’industria italiana della moda maschile: la contrazione del made in Italy, visto che la produzione fatta in Italia (dunque al netto della commercializzazione di capi importati) secondo le stime Smi vale poco più della metà dei ricavi (4,6 miliardi) ed è scesa di un altro 0,3% nel 2016; e la debolezza dei consumi interni, che nel 2016 perdono un altro 2,2% (le vendite sono andate male soprattutto nel secondo semestre). È una discesa che dura da anni e che sembra davvero inarrestabile, anche se il ritmo di caduta ora è rallentato.
Per il 2017 le previsioni Smi sull’intero settore tessile-moda sono di una crescita del fatturato dell’1,8%: l’abbigliamento maschile punta a fare ancora meglio, soprattutto se gli Usa riprenderanno a marciare. E Pitti Uomo dirà se l’obiettivo è possibile.
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