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Questo articolo è stato pubblicato il 26 maggio 2015 alle ore 06:36.

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La ripresa sempre più solida della Spagna e la crescita impressionante della Polonia nell’ultimo decennio non hanno convinto gli elettori. In Spagna il Partito popolare al governo ha preso una batosta storica in regioni e comuni. In Polonia, alle presidenziali, i liberali hanno perso contro ogni pronostico. In entrambi i Paesi - con elementi diversissimi tra loro - ha prevalso la protesta anti-austerity, la richiesta di cambiamento, qualunque esso sia. Hanno vinto l’estremismo di Podemos e l’ultranazionalismo di Diritto e giustizia. La lunga crisi ha cambiato anche la politica.

di Luca Veronese

In Spagna la ripresa si sta rafforzando più che in ogni altra grande economia dell’Eurozona tanto che il Pil quest’anno dovrebbe crescere del 3 per cento. Ma questo non è bastato a Mariano Rajoy a superare indenne le elezioni amministrative di domenica scorsa: il suo partito popolare ha subito la sconfitta peggiore degli ultimi vent’anni. E non è andata meglio all’altro schieramento tradizionale, il partito socialista che solo attraverso le alleanze può ora ritrovare un ruolo nel governo del Paese.

La Polonia ha superato indenne la grande crisi economica globale, continuando a crescere quando tutta l’Europa annaspava. Nemmeno le tensioni che arrivano dall’Ucraina e dalla Russia hanno fermato la crescita che quest’anno dovrebbe superare il 3 per cento. Ma l’aver evitato la recessione, proseguendo con decisione su uno stabile percorso di sviluppo, non è bastato a Piattaforma Civica, il partito al governo dal 2007: il presidente uscente, Bronislaw Komorowski, è stato quasi battuto a sorpresa nel voto per eleggere il capo dello Stato.

In Spagna ha vinto la protesta anti-austerity, hanno prevalso due movimenti nati durante gli anni difficili della crisi per contrastare la corruzione, per mandare a casa i partiti che per quarant’anni hanno controllato la politica nazionale e locale: Podemos con il suo leader Pablo Iglesias che ha saputo mettere assieme le rivendicazioni della piazza degli indignati su posizioni di sinistra radicale con qualche accenno di insofferenza malcelata nei confronti dell’Unione europea (non fosse che per la vicinanza ai cugini greci di Syriza); e poi Ciudadanos fondato in Catalogna contro i separatisti della regione e cresciuto promettendo meno tasse e più mercato, senza mai mettere in dubbio la scelta europea della Spagna se non per chiedere più sostegno alle imprese e alla crescita. In Polonia è tornato a vincere il partito Diritto e giustizia con Andrzej Duda, il delfino dei gemelli Kaczynski, l’erede di una tradizione populista e marcatamente euroscettica che il Paese non ha mai abbandonato del tutto.

La crescita sembra lasciare in disparte larghe fette di popolazione o di territorio, i 5,4 milioni di disoccupati spagnoli o le regioni orientali polacche. Forse così si spiega perché, in Spagna come in Polonia, il voto dei cittadini ha dato ragione a chi invoca il cambiamento, da destra e da sinistra, di qualunque natura esso sia. Agli estremismi, alla retorica no-global e alle promesse di Podemos. Alle ambizioni moderate di Ciudadanos. Alle ricette semplici che vengono dall’ultranazionalismo.

Entrambi i Paesi hanno rincorso Bruxelles per poi trarre enormi vantaggi dall’appartenere all’Unione europea: Madrid con una progressione spettacolare a metà anni Ottanta e poi per oltre un decennio fino al 2009; Varsavia raddoppiando il Pil negli ultimi dieci anni. Ora avanzano i dubbi sull’amicizia privilegiata con la Germania che era stata garantita dallo spagnolo Rajoy e dal leader polacco Donald Tusk, alla guida del Consiglio europeo dopo sette anni da premier a Varsavia.

In Spagna come in Polonia si vota di nuovo in autunno, questa volta per rinnovare il Parlamento e scegliere il nuovo governo nazionale. E la campagna elettorale, ovviamente già iniziata, è destinata a far aumentare l’incertezza e la confusione. La stabilità appartiene al passato, anche quando l’economia cresce. Gli elettori non aspettano, vogliono qualcosa in più.

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