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Questo articolo è stato pubblicato il 30 maggio 2015 alle ore 08:10.

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DRESDA

È la questione più urgente per l’economia globale, ma i ministri finanziari e i governatori del G-7 riuniti a Dresda non le hanno dedicato, negli incontri ufficiali conclusi ieri, che qualche minuto.

La gravità della situazione della Grecia è stata ribadita ieri dalle ultime cifre della Banca centrale europea sulla fuga dalle banche del Paese. Nel mese di aprile, i depositi delle famiglie e delle imprese sono calati di 5 miliardi di euro, a 133,7 miliardi, la settima riduzione mensile consecutiva. Dall’inizio della campagna elettorale che ha portato al potere il movimento di estrema sinistra Syriza nel gennaio scorso, 31 miliardi di euro, il 19% dei depositi, hanno lasciato i conti bancari. Il totale dei depositi bancari ha a sua volta accusato una contrazione di oltre 5,6 miliardi di euro, a 139,4 miliardi, il livello più basso da oltre dieci anni a questa parte.

La situazione di liquidità del Governo è precaria, anche se ieri Atene ha dichiarato di avere le risorse per rimborsare la prossima rata di prestito al Fondo monetario internazionale, poco più di 300 milioni di euro, il 5 giugno prossimo. Altre tre rate, per 1,3 miliardi di euro circa, sono in scadenza entro il 19 giugno e la Grecia ha l’opzione di chiedere all’Fmi di pagarle tutte insieme all’ultima data possibile, ma per ora non lo ha ancora fatto. Non è chiaro se Atene disponga delle risorse per far fronte a questi impegni.

Al G-7, i ministri hanno ascoltato una breve relazione del commissario europeo, Pierre Moscovici, sullo stato del negoziato della Grecia con i rappresentanti dei creditori internazionali (Commissione, Banca centrale europea, Fmi). Non si è parlato di una data ultima per raggiungere un accordo, perché, secondo la secca risposta del ministro delle Finanze tedesco, Wolfgang Schäuble, in conferenza stampa, «il programma è stato esteso fino al 30 giugno. A quel punto, se non c’è accordo, il programma finisce». «Ogni rinvio nella decisione aumenta la minaccia di un incidente» che può provocare l’uscita della Grecia dall’euro, ha sostenuto il segretario al Tesoro degli Stati Uniti, Jacob Lew. «Se le scadenze vengono prese sul serio è meglio per tutti», ha affermato il rappresentante di Washington.

Schäuble ha anche ripetuto che «le notizie ottimistiche provenienti da Atene (nei giorni scorsi fonti greche hanno parlato ripetutamente di accordo imminente, ndr) non riflettono lo stato del negoziato». Tutti i partecipanti al G-7 concordano che il lavoro da fare prima di arrivare a un’intesa, che possa sbloccare i 7,2 miliardi di euro ancora pendenti dal secondo pacchetto di aiuti, è ancora molto. Secondo fonti del G-7, come il Sole 24 Ore ha riferito ieri, la riforma dell’Iva e delle pensioni sono i due punti decisivi, su cui permangono divergenze fra la Grecia e i suoi creditori. «I politici – ha detto Schäuble – conoscono la gravità della situazione, ma sono responsabili per tutta l’eurozona, non per un solo Paese». Dal canto suo, il ministro francese, Michel Sapin, ha ripetuto che «Grexit, l’uscita della Grecia dall’unione monetaria, non è uno scenario» preso in considerazione dai partner europei.

Alla fine dei lavori, il senso di maggiore urgenza è stato impresso da un non europeo, proprio l’americano Lew, favorevole a un accordo temporaneo “d’emergenza”. La ragione è chiara: la situazione greca, ha detto, crea «grande incertezza nel momento in cui il mondo ha bisogno di maggiore stabilità e maggiore certezza». Il fatto che la ripresa economica sia «modesta e diseguale e abbia riservato molte delusioni negli ultimi anni», come ha spiegato il presidente della Bundesbank, Jens Weidmann, è illustrato dal dato negativo sulla contrazione dell’economia Usa nel primo trimestre dell’anno, pubblicato ieri, un elemento ben presente nelle considerazioni di Lew. Questi ha sollecitato «tutte le parti in causa a fare di più», ma in particolare ha sostenuto che «la Grecia deve essere pronta a prendere decisioni difficili e spiegare con chiarezza i prossimi passi».

Altri due dei protagonisti della saga della Grecia, il presidente della Bce, Mario Draghi, e il direttore dell’Fmi, Christine Lagarde, hanno evitato di pronunciarsi pubblicamente. Draghi, che ha lasciato Dresda in mattinata, è nel “periodo di silenzio” che il consiglio della Bce si è autoimposto nella settimana precedente la riunione di politica monetaria (fissata per mercoledì prossimo a Francoforte). La signora Lagarde aveva detto giovedì, secondo un’intervista alla “Frankfurter Allgemeine Zeitung”, di considerare l’uscita della Grecia dall’euro «una possibilità». Il quotidiano tedesco ha dovuto pubblicare ieri una correzione, ammettendo di aver modificato la citazione.

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