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Questo articolo è stato pubblicato il 05 giugno 2015 alle ore 06:36.

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New York

L’economia americana cresce meno di quanto sperato e il Fondo Monetario Internazionale ha una raccomandazione per gli Stati Uniti e la Federal Reserve: nessun rialzo dei tassi d’interesse almeno fino alla prima metà del 2016.

Il rapporto annuale dell’organizzazione multilaterale sulle condizioni economiche statunitensi, il cosiddetto Articolo IV, si è inserito senza indugi nel dibattito di politica monetaria della Banca centrale. E i vertici del Fondo, guidati da Christine Lagarde, hanno preso apertamente posizione a fianco delle colombe pro-crescita: citando «la significativa incertezza sulle prospettive d’inflazione e il grado di debolezza dell’economia», hanno affermato che «esistono forti ragioni per aspettare ad alzare i tassi finchè non compaiano segni più tangibili di pressioni sui prezzi e sui salari». Vale a dire, agli occhi del Fondo Monetario, il cosiddetto lift-off del costo del denaro dovrebbe essere rinviato «alla prima metà del 2016 salvo sorprese positive nella crescita e nell’inflazione».

Lagarde, nella conferenza stampa di presentazione del documento, ha insistito: «Crediamo ancora che i pilastri per una continua espansione siano al loro posto. Ma il tasso di inflazione non sta progredendo a ritmi che richiedano, senza correre rischi, un aumento dei tassi nei prossimi mesi». La spinta dell’economia americana è stata «fiaccata negli ultimi mesi da una serie di shock», ha continuato Lagarde facendo riferimento a fattori che vanno dal maltempo invernale alle tensioni valutarie.

Alla radice del “voto” del Fondo per un rinvio di strette di politica monetaria c’è la revisione al ribasso degli orizzonti economici del Paese sull’onda della nuova stanchezza: stando agli analisti dell’Fmi la crescita, reduce da una contrazione dello 0,7% nel primo trimestre, nonostante un miglioramento nel prosieguo dell’anno si arresterà nel 2015 al 2,5%, nettamente al di sotto del 3,1% finora ipotizzato. La nuova previsione corrisponde a quella di numerosi economisti privati.

Il Fondo, in questo clima, chiede alla Fed di rimanere «dipendente dai dati» nel prendere le sue decisioni. E sottolinea, semmai, l’esistenza nell’immediato di ulteriori incognite: tra queste l’andamento del dollaro, protagonista di un drastico rafforzamento sull’euro e le altre principali divise, che oggi appare «moderatamente sopravvalutato» e che se registrerà nuovi «significativi guadagni» potrebbe danneggiare l’economia. Soprattutto se al contempo politiche volte a risolvere la fragilità di fondo della crescita «languiscono sia negli Stati Uniti che all’estero». L’organizzazione multilaterale invoca inoltre una maggior attenzione al sistema della «finanza ombra», che sfugge alle nuove regole anti-crisi e può creare nuovi rischi alla stabilità finanziaria, e ha invita il Congresso a non ammorbidire la riforma bancaria Dodd-Frank.

I vertici della Fed hanno finora mostrato di voler procedere con grande cautela verso qualunque normalizzazione della loro politica monetaria ultra-accomodante a base di tassi a zero e in vigore ormai dal collasso del 2008. Il presidente Janet Yellen ha sostenuto formalmente che la Fed resta in carreggiata per un primo aumento di tassi entro l’anno, ma solo se esisteranno le condizioni. Originali ipotesi di una stretta a giugno sono già state cancellate e esponenti dell’istituto hanno lasciato capire che slittamenti all’anno prossimo sono possibili. Ultima Lael Brainard, considerata una moderata nel board della Banca centrale: ha detto questa settimana che servono maggiori progressi prima di una stretta e che la debolezza attuale potrebbe non essere del tutto transitoria.

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