L'essenza di questo accordo, in attesa di conoscere i dettagli di un documento di 100 pagine, è che per la prima volta la diplomazia ha la meglio sulle armi: in un Medio Oriente devastato dalla guerre e dal terrorismo non accade mai. Questo è il significato immediato dell'intesa di Vienna del «Cinque più Uno» sul nucleare iraniano. Un accordo che non piacerà ai falchi iraniani e a quelli del Congresso chiamati ad approvarlo, come non piace sicuramente a Israele, che ritiene l'Iran una sorta di nemico esistenziale, e all'Arabia Saudita, acerrima rivale di Teheran nel confronto di ideologico e settario tra sciiti e sunniti: ma nessuno degli attori regionali ha mai portato a termine un risultato così importante, sia pure venuto dopo anni di negoziati estenuanti.
Il dubbio che l'intesa di Palais Coburg possa fermare la corsa mediorientale alla proliferazione nucleare e agli armamenti rimane. Anzi. Un Iran più libero di manovrare può costituire un incentivo a diffondere ancora di più le armi in una regione dove ci sono i maggiori clienti di Stati Uniti, Europa e Russia. Ma allo stesso tempo l'accordo permette di mantenere sotto controllo internazionale l'Iran e consente il ritorno delle compagnie e degli interessi occidentali in un Paese che stava scivolando in mano a cinesi e russi.
Un Iran più aperto e senza sanzioni è un vantaggio non uno svantaggio per l'Occidente e per noi italiani, non solo per il mondo degli affari che si aspetta nel giro di un anno contratti per 100 miliardi di dollari ma anche per gli equilibri interni. Per quanto l'ala dura del regime degli ayatollah e dei Pasdaran continui a stringere in pugno saldamente le leve del potere, si rafforza anche l'ala più moderata e pragmatica del presidente Hassan Rohani.
Aspettiamoci i festeggiamenti degli iraniani ma non rivoluzioni: l'Iran ne ha già avuta una, islamica, nel 1979, però questo è un Paese giovane - con il 50% ella popolazione sotto i 30 anni - ricco di forze vibranti e che possono incidere sul cambiamento. Ricordiamoci la protesta dell'Onda Verde nel 2009, che fu sconfitta ma costituì il segnale di un Paese sempre vivo.
L'Iran, Paese non arabo e migliaia di anni di storia alle spalle, rappresenta una sorta di paradosso del Medio Oriente: il regime degli ayatollah è ufficialmente un bastione dell'anti-americanismo ma la popolazione è sicuramente la più filo-occidentale della regione. Il popolo iraniano, in grande maggioranza musulmano sciita, spera che questa volta, come dice il filosofo Dariush Shayegan, il pendolo della storia della nazione oscilli verso Occidente e non verso Oriente.
Sappiamo che il mondo non cambia dall'oggi all'indomani - sarebbe illusorio affermalo - ma questa intesa spariglia le carte sul tavolo di una partita geopolitica strategica per la stabilità internazionale. La fine del regime delle sanzioni e dell'embargo petrolifero occidentale rappresenta per l'Iran una grande occasione per tornare a pieno titolo protagonista della scena mediorientale. Lo era già nei fatti, nel Golfo, in Siria, in Iraq, in Libano, dal Mediterraneo all'Asia centrale, ma adesso, se rispetterà l'intesa, ha l'opportunità di essere considerato uno stato come gli altri, non un “rogue state”, uno stato fuorilegge. Teheran può e deve sedersi ad altri tavoli negoziali, quelli per risolvere i conflitti in corso nella regione.
Bisogna però essere realisti. Per molti l'Iran continua a costituire una minaccia. I falchi repubblicani del Congresso americano ma anche i democratici temono, insieme allo Stato ebraico, che l'Iran in realtà con questo accordo ha preso tempo e con i proventi del petrolio incasserà le risorse necessarie per costruire l'atomica e finanziare la destabilizzazione. E' un rischio che si corre ma qual è l'alternativa? Il sistema delle sanzioni stava ormai per sfaldarsi perché la Cina, la Russia, l'India, la Turchia, molti Paesi orientali clienti del petrolio iraniano, non le hanno mai osservate. Ed è anche questo il motivo che ha spinto l'America a continuare e trattative: le pressioni sanzionatorie stavano per perdere la loro efficacia e nessuno dei problemi mediorientali, a partire dal terrorismo del Califfato, veniva risolto contando sugli attuali alleati degli americani e dell'Occidente, alcuni dei quali certamente non meno ambigui e nocivi della repubblica islamica.
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