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Questo articolo è stato pubblicato il 16 luglio 2015 alle ore 06:36.

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Gli ultraconservatori della repu bblica islamica alzano il prezzo per il loro consenso all’accordo di Vienna, perché anche in Iran gli affari contano più dell’ideologia. Le vetrate dell’ufficio di Hussein Shariatamdari, direttore del quotidiano Keyhan e consigliere personale della Guida Suprema Alì Khamenei, aprono lo sguardo del visitatore sul cuore di Teheran e sull’ala pura e dura del regime, quella dei Pasdaran, delle milizie dei basiji, del clero ultra-conservatore. «Il parlamento iraniano e il Consiglio di Sicurezza nazionale hanno 15 giorni per esaminare attentamente il documento dell’accordo di Vienna: nei discorsi di Obama - che ieri ha “ringraziato” Putin («Ci ha molto aiutato e mi ha stupito», ha detto - e del presidente Rohani ci sono troppe differenze di interpretazione sia sulle ispezioni che sulle sanzioni» scrive Shariatmadari nel suo editoriale.

È la prima frecciata all’intesa sul nucleare, il segnale che gli avversari del presidente Hassan Rohani serrano le file. Ma i puri e duri della rivoluzione islamica, che si sono arricchiti durante i primi anni dell’embargo, fanno anche i conti: secondo Shariatdmadari la revoca delle sanzioni scongela 100 miliardi di dollari nei conti all’estero. Uscire dall’isolamento e fare cassa: solo questo può convincere le Guardie della Rivoluzione ad accettare il negoziato, per oliare una macchina bellica imponente, duramente impegnata in Iraq, in Siria e nell'appoggio agli Hezbollah libanesi.

Ad ammorbidire i Pasdaran ci avrebbe pensato direttamente Alì Khamenei, che non è come l’Imam Khomeini il decisore ultimo della repubblica islamica ma il garante di un compromesso tra le diverse fazioni del clero sciita, le Guardie della Rivoluzione e le molteplici lobby civili e militari che si disputano il controllo del Paese e la distribuzione della ricchezza energetica.

La Guida Suprema avrebbe persuaso i vertici militari ad accettare l’intesa garantendo ai Guardiani la gestione della rete ferroviaria nazionale e di una parte consistente dell’industria petrolifera, che dovrebbero andare in appalto alla Compagnia nazionale di costruzioni, alla Fondazione degli Oppressi (Bonyad Mostazafan) e alla Bonyad Shahid, la Fondazione dei Martiri.

Ma come funziona e l’Iran e chi manovra le leve degli affari? Nei momenti decisivi il regime ha sempre dimostrato, nonostante la matrice clericale, di preferire il pragmatismo all’ideologia.

L’Iran si presenta agli stranieri con molti centri di potere, che danno un’impressione di un esteso pluralismo, e con uno “stato dentro lo stato”. «Negli otto anni di presidenza di Mahamoud Ahmadinejad, le Guardie della Rivoluzione, hanno ottenuto lo sfruttamento di alcuni giacimenti di gas di South Pars e attraverso le loro le Bonyad, le Fondazioni, hanno incamerato attività industriali e commerciali per un valore stimato di 120 miliardi di dollari», racconta l’economista Said Leylaz, finito in carcere ai tempi di Ahmadinejad. All’epoca dello Shah 100 famiglie introdotte alla corte dei Palhevi controllavano l’80% dell’economia che oggi è passata nelle mani dell’élite al potere.

“L’Ayatollah e la Pasdaran Economy” delle Fondazioni è la spina dorsale del potere, una rete clientelare e di welfare state dove le Bonyad hanno fini istituzionali caritatevoli e di assistenza ma non rinunciano ai profitti, coinvolgendo più o meno direttamente milioni di iraniani: sono quindi essenziali nella fabbrica del consenso del regime. La Barakat Foundation, che fa capo alla Guida Suprema Alì Khamenei, è un impero da 95 miliardi di dollari che controlla o ha partecipazioni in aziende di ogni settore: finanza, petrolio, telecomunicazioni, dalla produzione di pillole anticoncezionali all’allevamento degli struzzi. Un labirinto di società, alcune entrate nel mirino delle sanzioni americane, protagoniste dell’economia: a questa Bonyad appartiene il consorzio che ha concluso per 8 miliardi di dollari l’acquisto delle quote della rete telefonica e Internet della Telecommunication Company, la maggiore operazione di Borsa nella storia del Paese.

Fare profitti e non pagare tasse: è il sogno coltivato per due decenni dai bazarì iraniani che finanziarono generosamente la rivoluzione islamica dell’Imam Khomeini. Dopo la caduta dello Shah nel’79 si è in parte avverato con le Fondazioni esentasse che hanno incamerato non solo le proprietà della corona imperiale ma anche la maggior parte dei conglomerati che facevano capo alle famose cento famiglie. Le nazionalizzazioni non avevano nulla a che vedere con il socialismo o il marxismo, che pure facevano parte insieme all’Islam sciita delle correnti ideologiche della rivoluzione: una nuova classe dominante rovesciava quella vecchia.

Era così che con l’alone dell’utopia rivoluzionaria il turbante dei mullah si sostituiva alla corona imperiale. Tutto questo - così almeno avrebbe voluto l’Imam - doveva andare a beneficio dei mostazafin, “i senza scarpe”, i diseredati, in nome dei quali era stata fatta la rivoluzione. In realtà religiosi, Pasdaran e uomini d'affari, si sono impadroniti del business di un Paese con enormi riserve di gas e petrolio. All’Imam Khomeini non sarebbe piaciuto che Guardiani e militari fossero coinvolti in politica e affari ma questo è oggi il nuovo Iran “denuclearizzato”.

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