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Munari-Mannucci, un giorno di festa per il compleanno del «Maestro»

Questo non può essere un articolo normale, lo confesso subito. Non può esserlo perché quando parlo e scrivo di Sandro Munari e Mario Mannucci ritorno ragazzino: quando i due fuoriclasse del nostro rallismo sollevavano polvere e trionfavano sulle strade di tutto il mondo e io sognavo, un giorno, di poter ripetere le loro leggendarie imprese.

Ovviamente non ce l’ho fatta. Un po’ (anzi soprattutto) perché campioni di quel calibro nascono una volta ogni cent’anni, e nel mio secolo le caselle erano già state assegnate. Ma un po’ anche perché, raggiunta l’età giusta, i rally dei tempi d’oro si erano ormai avviati alla trasformazione che li ha portati a essere, al giorno d’oggi, più simili a un laboratorio tecnologico che allo straordinario binomio uomo-macchina di una volta.

L’inventiva dei meccanici ha lasciato il posto agli spinotti e agli schermi dei computer per la diagnosi. La sensibilità e l’abilità dei piloti è stata via via annacquata dall’intervento dell’elettronica che ormai rende simile a un elettrodomestico anche la più riottosa delle auto. L’impossibile di una volta, che miracolosamente diventava possibile per pochi eletti, si è trasformato in traguardo raggiungibile per molti: semplicemente schiacciando un tasto sul cruscotto. I piloti restano piloti e i campioni restano campioni, ma quelli di una volta lo erano molto di più. Uomini contro tutto, un’epoca irripetibile.

Quel mondo, per fortuna, non è scomparso: è rimasto cristalizzato nel tempo grazie alla passione che un tempo univa, in una sola grande famiglia, piloti, tifosi e famiglie al seguito appena era possibile. Quei piloti, tifosi e famiglie che si ritrovano, ancora oggi, come se gli anni non fossero mai trascorsi. Portando sulle strade le Lancia Stratos, Delta e Fulvia HF, sgommando con le Alpine e le Porsche, facendo rombare i motori delle Datsun e delle Alfa Romeo sopravvissute come per magia al trascorrere dei decenni.

Quel mondo, per fortuna, l’ho trovato sulla mia strada: e mi ha aperto la porta come una grande, accogliente famiglia. Ho conosciuto il mio idolo di sempre, Sandro Munari, il Drago, per scoprire che è ancora un campione: capace, con il volante tra le mani, di fare cose per altri impossibili anche con l’aiuto dell’elettronica. E per scoprire che è uomo buono, a cui non si può non voler bene.

Gran parte della sua carriera è stata segnata dalla stagione delle vittorie con Mario Mannucci, soprannominato il Maestro: con lui il ruolo del navigatore ha fatto un salto nel futuro. Se, come dice Munari, il compito principale di un navigatore è quello di non sbagliare, Mario Mannucci non sbagliava praticamente mai. Era una sicurezza, quello di cui ogni pilota ha bisogno per dare il proprio massimo.

Non ho potuto conoscerlo, Mario Mannucci, ma è come se lo avessi fatto: l’ho incontrato grazie alla moglie, Ariella, che ne custodisce la memoria come se Mario fosse ancora tra noi. A lei, nella grande famiglia dei rally, spetta un posto d’onore, quasi sempre al fianco del Drago: il binomio Munari-Mannucci è rimasto inscindibile, legato da un’amicizia che definire eterna è persino riduttivo.

Domani, 31 maggio, è il compleanno di Mario Mannucci. Il Maestro ci ha lasciati quattro anni fa, e sarebbe tradizione giornalistica scrivere un articolo di commemorazione nell’anniversario della morte, che cade il 17 dicembre.

Non riesco a farlo, cara Ariella, perchè Mario vive nelle tue parole, nei tuoi racconti, nel tuo sorriso. Vive nei momenti che trascorri con il Drago durante i raduni: sappiamo che ci sei tu, a fianco di Sandro, ma noi tifosi vediamo lui, in tuta da gara, pronto a salire sulla Fulvia HF per trionfare al rally di Montecarlo. Vediamo Munari-Mannucci, sempre giovani e pronti a cogliere l’ennesima vittoria, a staccare tutti gli avversari, a tagliare il traguardo per primi.

Così ho deciso di scrivere questo articolo, con in testa due obiettivi: il primo è augurare a Mario buon compleanno. Troverà sicuramente, dove si trova, il modo di festeggiarlo come se fosse ancora di fianco a Sandro che stappa una bottiglia di Champagne, proprio come si vede nella foto che correda queste poche righe.

Il secondo obiettivo è abbracciare forte te e Sandro: mi avete accolto con un’amicizia che è andata oltre i miei sogni. Mi avete fatto sentire uno di voi, non vi ringrazierò mai abbastanza. Vi voglio bene.

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