Il Sole 24 Ore
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2 luglio 2011

Fisco e credito: salta la stretta su trading e Borsa

di Maximilian Cellino


Niente tassazione dei redditi derivanti da attività da trading, scongiurato il ritorno del fissato-bollato sulle transazioni di Borsa, scomparsa perfino l'addizionale del 7% sul trading finanziario. Per le banche sembrava ieri pomeriggio profilarsi un successo su tutti i fronti: non sarebbero state minimamente sfiorate dalle casse del Tesoro a caccia di denaro per risanare i conti dello Stato. L'aumento dell'Irap pari allo 0,75% per gli istituti di credito e le assicurazioni che è stato inserito nel testo presentato ieri sera al Quirinale cambia però ancora una volta le carte in tavola, e toglie alle banche l'ombrello sotto cui avevano trovato riparo.

Che fosse ancora presto per brindare allo scampato pericolo lo avevano del resto dimostrato a metà giornata le parole del ministro allo Sviluppo, Paolo Romani: «Ci stiamo ancora lavorando», aveva risposto a quanti chiedevano se esistesse un'alternativa al prelievo sui redditi da attività di trading. Stando a indiscrezioni raccolte nel pomeriggio da Radiocor, che citava fonti tecniche di Governo, sembrava che fosse la delega per la riforma fiscale la sede più adatta per riprendere le discussioni sul balzello che tanto aveva spaventato, per almeno un paio di giorni, i manager dei gruppi bancari.

Invece si è scelta la «piccola Irap», che colpisce in modo indistinto banche e compagnie indipendentemente dalla natura dei propri guadagni. A questa, per compensare il mancato ritorno del prelievo dell'1,5 per mille sulle transazioni di Borsa (contraria a una direttiva comunitaria), si aggiungerà un cospicuo aumento dell'imposta di bollo sul dossier titoli (si parla di 120 euro annui, rispetto ai 34,20 attuali). Che per gli istituti di credito sarà però praticamente neutrale, visto che sarà girata interamente agli investitori.

Anche il silenzio dei banchieri sulla questione lasciava presagire che i giochi non si fossero assolutamente conclusi. Il Consigliere delegato di Intesa Sanpaolo Corrado Passera aveva per esempio evitato di parlare di fiscalità sulle banche, limitandosi a commentare invece con favore l'adeguamento della tassazione sulle rendite finanziare: «è un allineamento a quello che succede in tutta Europa e mi sembra che ci si muova in maniera assolutamente coerente, sarà apprezzato», aveva detto in mattinata a margine di un convegno a Milano.

Il tema dell'aliquota unica al 20% è del resto un'idea tutt'altro che nuova e che negli ultimi anni è periodicamente riapparsa nelle intenzioni del Tesoro. L'ultimo a riproporla era stato Vincenzo Visco, viceministro dell'allora governo Prodi nel 2006, ma il progetto si era arenato dopo alcuni mesi soprattutto per le difficoltà legate all'inclusione dei titoli di Stato: si rischiava una segmentazione del mercato fra i titoli esistenti (ancora tassati al 12,5%) e le nuove emissioni (20%). Tremonti, sotto questo aspetto, ha provveduto a eliminare alla radice il problema, escludendo dalla riforma BoT, BTp e simili. Ma proprio per questo ha dovuto rinunciare a preziose entrate: cinque anni fa si stimava un extra-gettito potenziale annuo nell'ordine dei 3-4 miliardi di euro, oggi si ragiona su cifre attorno agli 800 milioni.

La novità potrebbe cambiare l'atteggiamento delle famiglie italiane di fronte a risparmi e investimenti: lasciare il denaro in banca (o impiegarlo nei conti ad alto rendimento) diventa automaticamente più conveniente visto che l'aliquota sui conti correnti scende dal 27% al 20% e questa potrebbe rappresentare una buona notizia anche per gli stessi istituti di credito, che sulla raccolta allo sportello fanno grande affidamento.

Allo stesso modo strumenti come i fondi di investimento (finora tassati al 12,5%) diventerebbero relativamente meno appetibili, a svantaggio di quell'industria del risparmio gestito che già di per sé fatica a crescere. Nel 2006 fra i manager delle Sgr ci fu una levata di scudi contro la misura, rea di far defluire secondo le stime fino a 8 miliardi di euro dai fondi tricolori. La fuga dei risparmiatori, poi, si è puntualmente verificata, anche senza la temuta riforma. Stavolta si farà probabilmente affidamento alla possibilità di applicare un'aliquota ridotta sui redditi derivanti da piani di risparmio a lungo termine e dalle forme di previdenza e assistenza, esplicitamente prevista nella delega per la riforma fiscale per evitare una nuova emorragia.


2 luglio 2011