
Era il 1996 quando il cantautore Francesco De Gregori, nel suo album “Prendere e lasciare”, inserì la canzone “Prendi questa mano, zingara”, il cui titolo e il primo verso riprendevano una nota canzone (“Zingara”) scritta nel 1969 da Enrico Riccardi e Luigi Albertelli. Ne scaturì una polemica che si è conclusa solo oggi in Cassazione, con la sentenza n. 3340, che ha assolto il cantautore romano dall’accusa di plagio.
Nonostante ci fosse una parola differente (il testo originale recita «Prendi questa mano,
zingara, dimmi pure che destino avrò» mentre De Gregori cantava «Prendi questa mano,
zingara, dimmi pure che futuro avrò»), Riccardi e Albertelli ritenevano che la loro canzone fosse stata plagiata. Per questo motivo si erano rivolti al Tribunale di Roma per inibire la diffusione e la commercializzazione del brano di De Gregori. E, in effetti, il Tribunale aveva accolto la richiesta.
In sede di appello, però, la sentenza è stata ribaltata: la corte territoriale ha ritenuto che non si trattasse di plagio ma - semmai - di una «citazione». Lo stesso De Gregori aveva infatti dichiarato: «La musica, al pari di altre forme d'arte, è un continuo gioco di citazioni e recuperi». La decisione dei giudici poggiava sul fatto che, sebbene i primi due versi delle canzoni fossero identici (salvo nella parola «futuro» al posto di «destino»), il resto del testo e la parte musicale erano completamente diversi.
«Prendi questa mano zingara, leggila fin che vuoi, leggila fino all’ultimo, leggila come puoi», cantava De Gregori, e così ha fatto anche la Cassazione, che ha “riletto” la vicenda e ha escluso il plagio sulla base di quattro circostanze:
• la (modesta) variazione data da una parte del testo riprodotto;
• la completa diversità del testo letterario nella sua parte restante;
• la trattazione di tematiche completamente diverse da parte della nuova opera rispetto a quella del 1969;
•la totale diversità della parte musicale.
I giudici della Cassazione si soffermano molto sulla differenza tra le tematiche cantate nei due brani: da una parte, quella di Riccardi e Albertelli era una canzone d’amore («Dimmi che mi ama, dammi la speranza, solo questo conta ormai per me»); dall’altra, il testo di De Gregori riguardava invece la condizione umana («Prendi questa mano zingara, dimmi ancora quanta vita ci va»).
«In tema di plagio di un’opera musicale - si legge nella sentenza - un frammento poetico-letterario di una canzone che venga ripreso in un’altra non costituisce di per sè plagio, dovendosi accertare da parte del giudice di merito, se il frammento innestato nel nuovo testo poetico-letterario abbia o meno conservato una identità di significato poetico-letterario ovvero abbia evidenziato, in modo chiaro e netto, uno scarto semantico rispetto a quello che ha avuto nell’opera anteriore».
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