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Lo smart working non è per i giovani

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Lo smart working non è per i giovani

Lo smart working in Italia non sembra essere un’opzione per i giovani. Secondo un’elaborazione effettuata dall’Osservatorio statistico della Fondazione studi dei consulenti del lavoro, infatti, tra i lavoratori dipendenti la quota più elevata di smart workers, rispetto al totale degli addetti con le stesse caratteristiche anagrafiche, si trova tra le donne con età compresa tra 65 e 74 anni. Di queste, infatti, il 3,5% ha svolto almeno un giorno di lavoro a casa a settimana nel 2015.

Un valore che è più che doppio rispetto alla media nazionale complessiva, ferma all'1,5% tra i dipendenti, e ben più alta della fascia dei 25-34enni (uomini all'1,2%, donne allo 0,9%), per i quali per esempio lo smart working consentirebbe di conciliare meglio l'attività lavorativa e la famiglia, soprattutto se presenti figli piccoli. Sembra – si legge nella relazione – che al crescere dell’età aumenti la disponibilità da parte del datore di lavoro di rimuovere i vincoli spazio-temporali della subordinazione classica.

LE FASCE DI ETÀ
Occupati dipendenti che hanno svolto almeno un giorno di lavoro a casa a setimana, per età e genere. Percentuale sul totale degli occupati dipendenti, media annua 2015 (Fonte: Ufficio di statistica Fondazione studi consulenti del lavoro su micro dati Istat Rcfl)

Complessivamente, comunque, il “lavoro agile” non è molto diffuso nel nostro Paese. Secondo le elaborazioni dell’ufficio statistico della Fondazione studi, su un totale di 22,4 milioni di lavoratori, l'anno scorso solo un milione (il 4,4%) ha lavorato da casa almeno un giorno nel 2015. Il dato complessivo nasconde però profonde differenze relative alle varie tipologie di lavoro. Tra gli autonomi, infatti, la quota di smart workers sale al 13,4%, mentre tra i collaboratori si arriva al 9,9 per cento. Quando si passa la lavoro dipendente la percentuale cala drasticamente, posizionandosi, come già detto, a quota 1,5, pari a 259mila persone.

È proprio qui, però, che interviene il disegno di legge sullo smart working presentato dal governo a inizio anno e ora all'esame del Parlamento per favorire e regolare l’attività fuori azienda, perché i lavoratori autonomi e in parte i collaboratori sono liberi da vincoli contrattuali su dove e come svolgere l’attività. E l’analisi condotta dai consulenti del lavoro evidenzia come l’impiego “agile”, tra i dipendenti, sia soprattutto a vantaggio dei profili elevati: a fronte di una media generale dell'1,5%, i dirigenti che lavorano fuori ufficio salgono al 5,3%, e i quadri si assestano al 3,6%, gli impiegati si fermano all'1,6% mentre gli operai non vanno oltre lo 0,9 per cento.

Anche il tipo di attività svolta influisce sensibilmente sull’utilizzo dello smart working, con al vertice gli specialisti in scienze matematiche, chimiche, fisiche, naturali e informatiche (ma probabilmente soprattutto quest'ultimi), che possono vantare una quota del 6,2% di dipendenti “agili”.

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