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Dai dirigenti agli insegnanti: la scuola è allergica alla valutazione

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Servizio |il merito ignoto

Dai dirigenti agli insegnanti: la scuola è allergica alla valutazione

(AdobeStock)
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La scuola italiana si conferma allergica alla valutazione. A qualsiasi livello. Sia che si guardi agli studenti, e alla loro risaputa avversione per le prove Invalsi (peraltro condivisa con una fetta del corpo docente), sia che ci si soffermi sui dirigenti scolastici, e sulla separazione che continua tra risultati e retribuzione, lo scenario è identico. Con i “valutati” che cercano di ridurre l’impatto del giudizio dei “valutatori”. O quanto meno di rinviarne gli effetti. L’ultimo esempio in ordine di tempo arriva dai presidi. Nonostante la Buona Scuola stabilisca chiaramente che la valutazione del loro operato «è coerente con l’incarico triennale e con il profilo professionale ed è connessa alla retribuzione di risultato», questo link, anziché essere attuato, è stato appena rinviato per il terzo anno consecutivo.

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Per effetto di un accordo siglato a inizio marzo tra il ministero dell’Istruzione e i sindacati anche quest’anno la valutazione dell’operato dei dirigenti scolastici non impatterà sulla parte variabile dei loro stipendi. Un attestato di sensibilità verso la categoria che segue di tre mesi il munifico rinnovo contrattuale che ha fatto crescere le buste paga dei presidi in media di 460 euro netti al mese.

In teoria, in base alla normativa esistente, i presidi devono compilare annualmente un “portfolio” di autovalutazione che indichi punti di forza e di debolezza, oltre che gli obiettivi di miglioramento, inviarlo al Miur e aspettare la “pagella” dei valutatori. Che dovrebbe costituire la base per assegnare il “premio” di risultato. In pratica invece, anche nell’anno scolastico 2018/2019, questo meccanismo si ferma al primo tempo. E anche l’invio del portfolio diventa un’operazione facoltativa. Senza alcuna penalità. Risultato: numeri sindacali parlano di una riduzione dal 66 al 55% dei presidi che hanno compilato il questionario.

Uno scenario analogo è offerto dalla valutazione dei docenti. Era stata sempre la Buona Scuola infatti a introdurre un bonus per gli insegnanti meritevoli, erogato dai dirigenti sulla base dei criteri individuati dai nuclei di valutazione “misti” presenti in ogni scuola. Un’innovazione storica per un paese che ha retribuito i prof sempre e solo sulla base dell’anzianità di servizio. Ancora più importante se si considera, come testimonia un recente rapporto di Eurydice sulla carriera dei docenti, che quel “gettone” rappresenta l’unica declinazione della parola valutazione applicata ai professori italiani.

In realtà, anche in questo campo di merito se ne è visto poco. L’ultimo monitoraggio sull’uso dei 200 milioni stanziati all’epoca dalla legge 107/2015 - nel frattempo scesi a 112 milioni e poi risaliti a 160 - è datato 2017. E a riceverlo era stato più di un docente su tre. Da quel momento il Miur non ha più diffuso alcun dato. Ma, considerando l’estensione per via contrattuale anche ai precari, è presumibile che la platea dei beneficiari sia cresciuta ancora. E l’importo assegnato agli insegnanti sempre più spalmato “indistintamente”.

Con un altro paradosso: dopo un triennio sperimentale, in cui ogni dirigente scolastico e nucleo di valutazione hanno agito da sé, un comitato tecnico scientifico avrebbe dovuto emanare delle linee guida valide per l’intero territorio nazionale. Un organismo che però non ha mai visto la luce. Per non parlare della valutazione esterna delle scuole: la percentuale di “visite” doveva arrivare, gli scorsi anni, massimo al 10% degli istituti; ci siamo fermati intorno al 5% complice la cronica carenza di ispettori ministeriali.

Arriviamo così agli studenti. Che non da sempre non vedono di buon occhio le prove Invalsi. Trovando stavolta una sponda nel governo gialloverde. Il ministro dell’Istruzione, Marco Bussetti, dapprima le ha sganciate dall’esame di Stato (i test in italiano, matematica e inglese che si stanno svolgendo in quinta superiore non sono più requisito d’accesso alla maturità); poi ha annunciato una loro rivisitazione (per utilizzarle, probabilmente, per una “pagella” più di sistema sulla scuola italiana e meno sul livello degli apprendimenti del singolo studente). Come conferma l’atto di indirizzo con le priorità del 2019, dove il Miur ha previsto di metter mano all’intero sistema nazionale di valutazione, con l’obiettivo, è scritto nel documento, «di definire nuove priorità strategiche da perseguire nel triennio 2019/2022».

Insomma, sulla valutazione si profila l’ennesimo cambio. Da Berlinguer a Fedeli ogni esecutivo si è esercitato sul tema. Senza effetti memorabili dal punto di vista del merito. Che, di fatto, è sempre rimasto fuori dalla finestra di viale Trastevere.

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