Il Sole 24 Ore
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L'alt di Fini sulle intercettazioni

Donatella Stasio


ROMA - Quando le agenzie battono le dichiarazioni di Gianfranco Fini da Santa Margherita Ligure, l'Aula del senato ha appena avviato la discussione sul ddl intercettazioni e il presidente Renato Schifani ha lasciato intendere, nonostante il no di Lega e Pdl, che rinvierà il testo in commissione per un esame degli 11 emendamenti presentati venerdì dalla maggioranza, che per l'opposizione stravolgono il testo. Le parole del presidente della camera deflagrano alle 17,20: «Ho dubbi sul testo intercettazioni del senato», dice Fini, puntando l'indice anzitutto sulla norma transitoria, che fa scattare alcune delle nuove regole - per esempio, i divieti di pubblicazione e le relative sanzioni, l'obbligo del segreto esteso ad ogni attività di indagine - anche nei procedimenti in corso e che, là dove le intercettazioni sono già state autorizzate, ne limita la successiva durata a 75 giorni, termine massimo stabilito per le inchieste future.

«La norma transitoria è in contrasto con il principio di ragionevolezza», afferma Fini. E aggiunge: «Mi inquieta un po' anche il limite di tempo. Io non so se i 75 giorni sono un numero giusto o sbagliato. Ma se si capisce che il giorno successivo al 75mo accade qualcosa, non si può continuare?» Se la risposta è no, non va bene. «Non si può usare la mannaia», dice Fini. «È opportuno che il parlamento rifletta ancora su questo testo - aggiunge - perché queste questioni non sono state valutate bene, specialmente dalla maggioranza». E chiosa: «Se i deputati alla camera lo riterranno necessario, si potrà intervenire».
«Fini è d'accordo con la Finocchiaro», commenta la capogruppo del Pd al Senato in una breve sosta dell'esame del ddl in aula. Il suo omologo del Pdl alla Camera, Fabrizio Cicchitto, ricorda invece che, a Montecitorio, la durata era persino più breve (60 giorni, invece che 75). Intanto l'opposizione è già sulle barricate. Ma le pregiudiziali di costituzionalità si schiantano contro il muro della maggioranza, «sorda» alla Costituzione, ai principi giuridici dell'Unione europea e ai richiami della Corte di Strasburgo. Che ha più volte ritenuto prevalente (finanche sulla privacy degli interessati e sul segreto istruttorio) il diritto dei giornalisti a fornire, e dell'opinione pubblica a ricevere, notizie di cronaca giudiziaria. L'aula boccia tutto, ma poco dopo l'opposizione ottiene da Schifani di rinviare il testo in commissione, che da oggi dovrà approfondire i temi legati agli 11 emendamenti del Pdl, per tornare in aula l'8 giugno.

Con quale testo? Il problema, ormai, è anzitutto politico. E passerà per una resa dei conti nel Pdl. Perché le parole di Fini vanno oltre il dato tecnico. Il presidente della camera non contesta che ci sia stato un «uso eccessivo» delle intercettazioni; anzi, ricorda che in Italia le spese per gli ascolti sono cinque volte maggiori di quelle degli Usa (ma l'Ilia, l'associazione che raduna 50 delle oltre 120 aziende fornitrici dei supporti tecnici per le indagini, esclude che limitare la durata degli ascolti faccia risparmiare sui costi). Fini contesta «l'uso della scimitarra, che va bene nei comizi», ma non nelle aule parlamentari, dove «si può usare il fioretto». La maggioranza, insomma, ha impugnato l'arma sbagliata. Non solo: «Se si va a gamba tesa per colpire con l'obiettivo di intimidire, non va bene», avverte il cofondatore del Pdl, alludendo al "di più" che c'è nel ddl e che poco o nulla ha a che fare con la privacy. Perciò occorre un supplemento di istruttoria. I finiani lo rivendicano perché per mesi sono stati tagliati fuori da ogni consultazione che ha fatto saltare ogni compromesso. Giulia Bongiorno, alter ego di Fini sulla giustizia, è stata consultata sugli emendamenti del senato soltanto giovedì scorso dal ministro della Giustizia Angelino Alfano. Ieri ha spiegato a Fini i suoi dubbi e il presidente della camera, prima che l'aula del senato partisse, ha deciso di far sentire la sua voce.