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Pm al processo duro contro Brancher: mi sento preso in giro. Il nodo del conflitto tra poteri

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Questo articolo è stato pubblicato il 26 giugno 2010 alle ore 12:01.

«Mi sento preso in giro da Brancher che oggi doveva essere in aula: non c'è nessun legittimo impedimento». È stato durissimo l'esordio del pm Eugenio Fusco, che rappresenta l'accusa nel processo stralcio dell'inchiesta Antonveneta in cui il neoministro Aldo Brancher è accusato di appropriazione indebita e ricettazione. Il processo è ripreso stamattina a Milano davanti al giudice Anna Maria Gatto che dovrà stabilire se andare avanti o inviare gli atti alla Consulta affinché sia valutata la legittimità costituzionale dello scudo giudiziario previsto per il premier e i suoi ministri. La Gatto deciderà entro il 5 luglio (quando è prevista la prossima udienza), se accettare o meno la richiesta dei legali del ministro.

Intanto Brancher ha deciso di annullare la sua partecipazione al programma di Maria Latella su Sky Tg24 in programma domani. «Prima di rilasciare qualsiasi dichiarazione - ha raccontato la stessa conduttrice - il ministro ha detto di doversi confrontare con il presidente del Consiglio». Che, dal Canada dove è volato per il G8, continua a non intervenire sulla vicenda, definita però «una piccola questione». «Nessun commento sulla nota del Colle», ha ribadito Silvio Berlusconi ai cronisti.

Oggi, poi, gli avvocati Filippo Dinacci e Piermaria Corso hanno ribadito il legittimo impedimento del loro assistito. «L'attività ministeriale in sé è un impedimento legittimo e sufficiente per chiedere un rinvio del processo». I due legali hanno poi auspicato che lo stop di ieri del capo dello Stato «non sia strumentalizzato» e hanno sottolineato che il mancato accoglimento della loro richiesta provocherebbe un conflitto davanti alla Consulta. «Se lei dovesse recepire la tesi del pm e non accogliere la richiesta di legittimo impedimento - ha spiegato in aula Dinacci - il rimedio potrebbe rivelarsi peggiore del male perché ci sarebbe il rischio di un conflitto tra poteri dello Stato davanti alla Corte costituzionale». Dal momento che, ha aggiunto Dinacci, «potrebbe essere la presidenza del Consiglio a sollevare un eventuale conflitto di attribuzione».

Fusco, però, si è opposto con forza all'istanza di rinvio del processo presentata dai due avvocati. «So che Brancher è un ministro senza portafoglio - ha spiegato il pm - ma non so con quali deleghe perché nel documento della presidenza del Consiglio non ci sono scritte: come posso immaginare i suoi impegni istituzionali non rinviabili? Che abbia almeno la bontà di precisare quali sono le sue deleghe».

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Deleghe sulle quali, peraltro, si è aperta un'aspra querelle all'interno dell'esecutivo. Inizialmente, infatti, Berlusconi aveva indicato Brancher come titolare di un nuovo ministero per l'attuazione del federalismo. Poi dopo le bordate di Umberto Bossi («l'unico ministro del federalismo sono io»), il premier ha corretto il tiro, sostituendo «federalismo» con «sussidiarietà e decentramento». Ma manca ancora l'ufficializzazione formale delle competenze assegnate a Brancher e il decreto di nomina si limita soltanto a designare Brancher come ministro senza portafoglio.

Su questo tassello, la mancata definizione delle deleghe, Fusco non è disposto a fare sconti. «Insomma non so che ministro è», ha attaccato ancora il pm. Che, pur sottolineando l'incostituzionalità della legge rispetto agli articoli 3 e 138 della Costituzione, ha spiegato di non voler chiedere la trasmissione degli atti alla Consulta (come invece aveva lasciato intendere nei giorni scorsi), ma di ritenere che il processo debba proseguire perché Brancher, come sottolineato anche ieri dalla nota del Colle, non può avvalersi del legittimo impedimento. «Eravamo d'accordo - ha sottolineato ancora il pm - che il processo si sarebbe fatto a luglio, con sacrificio da parte di tutti, a cominciare da me».

Spetterà ora alla Gatto decidere se inviare o meno alla Consulta gli atti del processo. Se ciò dovesse avvenire, ha spiegato Fusco, la posizione di Brancher andrebbe a questo punto stralciata da quella della moglie, Luana Maniezzo, imputata nello stesso processo per ricettazione.

Al centro della vicenda giudiziaria che coinvolge Brancher e la consorte ci sono 420 mila euro di cui il neoministro si sarebbe appropriato indebitamente insieme alla moglie tra novembre e dicembre 2003.Un meccanismo collegato a delle plusvalenze su azioni Tim e Autostrade che secondo l'accusa vennero manovrate dai vertici della Popolare di Lodi, allora guidata da Giampiero Fiorani, per favorire la coppia. Altri 600mila euro (che hanno portato i magistrati a contestare anche il reato di ricettazione) sono stati poi consegnati in diverse tranche. Una parte, secondo i pm, sarebbe dovuta finire anche al ministro Calderoli, la cui posizione però è stata archiviata per insufficienza di prove.

Intanto, sul caso Brancher, si registra anche oggi l'intervento della Lega con il ministro Roberto Calderoli che ha preferito non sbilanciarsi su un eventuale passo indietro del neoministro. «Io credo che il fatto di fare il ministro sia una cosa, sottoporsi agli adempimenti della giustizia un'altra - ha detto il titolare della Semplificazione normativa -. Ciascuno sceglie per quello che è la sua responsabilità, penale e personale, e quindi giudichi lui che cosa deve fare».

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