Il Sole 24 Ore
Stampa l'articolo Chiudi

16 settembre 2010

La ricca e tollerante Svezia alla prova delle urne con l'incognita della destra xenofoba

di Guido De Franceschi


Sulla Svezia splende il sole. Così dice, riferendosi al rubicondo stato dell'economia nazionale, il ministro delle Finanze di Stoccolma, Anders Borg. Quarantadue anni, occhialetti ovali, anellino al lobo di un orecchio e coda di cavallo, Borg è l'uomo-immagine su cui conta il premier Fredrik Reinfeldt per ottenere una conferma dell'attuale maggioranza di centrodestra nelle elezioni politiche di domenica prossima. In effetti, la Svezia sembra essere riemersa dalla crisi globale procedendo à la bersagliera e sfoggia conti che provocano invidia in tutti i governi delle maggiori economie europee. I dati più recenti, superando anche le più spregiudicate previsioni, mostrano una crescita dell'economia dell'1,9 per cento nel secondo quadrimestre (+ 4,6 per cento rispetto all'anno precedente) e una contrazione della disoccupazione. La corona si è decisamente rafforzata negli ultimi mesi e si calcola che a fine 2010 il rapporto deficit/Pil sarà del 2,1 per cento, ampiamente al di sotto della soglia del 3 per cento stabilita dall'Unione europea e bersaglio attualmente impossibile per molti dei Ventisette.

Sulla base di questi dati il governo uscente ha potuto promettere in campagna elettorale prospettive proibite a quasi tutti gli esecutivi europei: taglio delle tasse e aumento della spesa. E benché i partiti di opposizione sostengano che il centrodestra stia smantellando pezzo per pezzo il leggendario welfare state svedese, molti elettori sono convinti che Reinfeldt, attraverso qualche taglio alle sovvenzioni statali e introducendo agevolazioni fiscali per chi lavora, si sia finora limitato a rendere più appetibile il cercare un'occupazione di quanto non lo sia accoccolarsi nel comodo rifugio offerto dal generoso stato sociale. In effetti, dopo una flessione nell'apprezzamento nei confronti del governo nei momenti più tetri della crisi globale, da alcuni mesi il centrodestra (formato da un'Alleanza quadripartitica tra i Moderati di Reinfeldt e Borg, il Partito di centro, il Partito del Popolo-Liberali e i Democratici cristiani) ha distanziato nei sondaggi i tre partiti gauchisti (i Socialdemocratici, i Verdi e i postcomunisti del Partito della Sinistra). Eppure lo storico bis del centrodestra, che mai ha governato due volte di fila in un paese guidato dai socialdemocratici per 65 degli ultimi 78 anni, non è così a portata di mano. Infatti, riscattandosi da un passato di risultati elettorali irrilevanti (e da una lontana ascendenza in un gruppuscolo razzista), il partito di estrema destra dei Democratici svedesi, ripulito di alcuni impresentabili e guidato dall'abile mano del trentunenne Jimmie Åkesson, è accreditato di un molto probabile oltrepassamento della soglia di sbarramento del 4 per cento e di un inedito ingresso in Parlamento.

I Democratici svedesi hanno puntato tutta la campagna elettorale su un tema sconosciuto alla tradizionalmente tollerantissima e apertissima Svezia. Il partito si batte con accenti a tinte forti contro l'immigrazione, in particolare quella proveniente dai paesi musulmani: l'Islam è la più grande minaccia straniera verso la Svezia dalla fine della Seconda guerra mondiale, sostiene Åkesson. I media hanno lesinato lo spazio ai Democratici svedesi e alcuni loro attivisti sono stati sorpresi mentre pronunciavano frasi inequivocabilmente xenofobe.

Le iniziative in campagna elettorale del partito anti-immigrazione hanno provocato disordini con robuste contromanifestazioni e qualche candidato dei Democratici svedesi ha subito aggressioni. Nonostante tutto, però, alcuni sondaggi indicano dati fino all'8 per cento per il partito dell'estrema destra. La loro propaganda trova ascolto soprattutto nelle grandi città meridionali in cui si concentrano gli stranieri (circa il dieci per cento della popolazione svedese è nato all'estero) e in cui quartieri ormai monoetnici, in quanto abitati quasi esclusivamente da immigrati iracheni, somali o di altre provenienze, sembrano essere sfuggiti al controllo e fanno vacillare in molti antiche convinzioni sulla reale efficacia della politica d'integrazione tradizionalmente applicata dalla Svezia.

Nel caso in cui i Democratici svedesi dovessero ottenere seggi, è possibile che la pur vittoriosa Alleanza di centrodestra non abbia i numeri per governare. E, visto che sia la destra sia la sinistra hanno categoricamente escluso possibili accordi futuri con Åkesson, Reinfeldt dovrebbe cercare di convincere i Verdi a entrare in un pentapartito simile a un ircocervo. In ogni caso si tratta di un voto che ha forti potenzialità di passare alla storia. Se il centrodestra riuscisse a formare una nuova maggioranza si tratterebbe, come già detto, del primo bis di un esecutivo moderato e soprattutto di un colpo forse definitivo alla longevissima e fino a ieri strapotente tradizione socialdemocratica del paese, che ha fatto del suo robustissimo welfare un'icona internazionale. Se invece, contraddicendo clamorosamente tutti i sondaggi, si affermasse il centrosinistra, la leader socialdemocratica Mona Sahlin diventerebbe il primo premier donna del paese scandinavo.

Anche l'ingresso dei Democratici svedesi in Parlamento sarebbe una novità assoluta. Non soltanto per il rischio di un'inedita paralisi dell'orizzonte politico di Stoccolma, ma anche perché si tratterebbe dell'allineamento della Svezia a quanto succede in molti altri paesi (cioè la visibile presenza sulla scena politica di un partito anti-immigrazione) e del tramonto di un altro pilastro dell'immagine che la Svezia ha sempre proiettato al suo interno e all'estero: quello di un paese tollerante, accogliente e apertissimo nei confronti dei nuovi arrivati. L'immigrazione potrebbe allora trasformarsi da argomento politico marginale in un tema portante delle future competizioni elettorali. Fenomeno, peraltro, già avvenuto in Olanda, un altro paese che si contraddistingueva per una generosa ospitalità e che negli ultimi anni ha vissuto un traumatico risveglio dopo essersi accorto che alcune dinamiche connesse con la massiccia presenza di stranieri non erano state maneggiate con sufficiente cura.

D'altronde, come in molti altri paesi europei, anche negli Stati nordici che circondano la Svezia ci sono partiti ostili all'immigrazione: in Norvegia, in Finlandia, ma soprattutto in Danimarca, in cui il Partito del popolo danese di Pia Kjærsgaard accarezza il 15 per cento dei voti alle elezioni e fornisce appoggio esterno al governo. Se non dovessero dimostrarsi efficaci gli ultimi appelli al voto di tutti i partiti, che mettono in guardia gli elettori sui rischi connessi a una forte affermazione dei Democratici svedesi, nel computo finale dei seggi la vittoria annunciata di Reinfeldt potrebbe tramutarsi in un pareggio con il centrosinistra. E la Svezia si aggiungerebbe all'ormai lunghissima lista di paesi europei e non (ad esempio l'Australia) in cui le elezioni non forniscono una maggioranza politica definita.


16 settembre 2010