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Ue divisa sulle materie prime

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Questo articolo è stato pubblicato il 27 gennaio 2011 alle ore 06:37.


BRUXELLES. Dal nostro inviato
Doveva essere annunciata ieri la strategia della Commissione Ue per garantire all'Europa la sicurezza negli approvvigionamenti delle materie prime a prezzi ragionevoli, comunque stabili. Invece no. José Barroso, il presidente in persona, ha deciso di rinviare la comunicazione di una settimana.
Niente di drammatico, per certi versi business as usual, se questa volta non ci fosse dietro un violento scontro tra Bruxelles e Parigi da una parte, Bruxelles e Berlino dall'altra, con l'appoggio dell'industria italiana e del Nordeuropa. Nicolas Sarkozy e Angela Merkel sono scopertamente su diverse lunghezze d'onda.
Il presidente francese, che governa la superpotenza agricola europea e in questo momento guida il G-20, si preoccupa soprattutto di combattere la speculazione finanziaria che spinge alle stelle i prezzi delle commodity, dal grano al cacao, per fare qualche nome.
Il cancelliere tedesco invece deve fare i conti con la superpotenza industriale europea che rischia di ritrovarsi paralizzata dalla penuria di metalli e terre rare, quindi si preoccupa di altre materie prime con altrettanto vitale valore strategico (in Germania i prezzi all'importazione, a causa proprio delle commodities, sono saliti del 12% annuo in dicembre, il record degli ultimi 29 anni).
In mezzo stanno la Commissione europea e il suo presidente che, nel tentativo di non scontentare nessuno, si stanno attirando contro i fulmini generali. Sarkozy è sul sentiero di guerra perché, dopo aver inserito nella comunicazione soltanto in dicembre, su pressione del commissario francese Michel Barnier, la parte relativa alla speculazione finanziaria, Bruxelles ha affrettatamente concluso che «non c'è evidenza dell'esistenza di un legame tra mercati finanziari e disponibilità fisica delle materie prime». Apriti cielo. Furente, un sardonico Sarkozy ha pubblicamente invitato l'altro ieri Barroso ad annunciare la sua strategia il prossimo primo di aprile.
Dalla Germania sono partite cannonate altrettanto violente perché l'incursione francese a Bruxelles ha snaturato un documento che si voleva incentrato sui rimedi concreti da prendere contro scarsità e prezzi sempre più proibitivi: dunque una politica industriale adeguata, una politica di sostituzione e riciclaggio combinata con un'attenta politica commerciale e il rilancio dell'attività estrattiva. Già perché le terre rare, che in un modo o nell'altro entrano ormai nel 70% della produzione industriale europea, in realtà tanto rare non sono. Il problema è che estrarle è oneroso in termini di costi e rischi ambientali, molto di più di quanto non accada per il carbone.

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Tags Correlati: Angela Merkel | Berlino | Bruxelles | Fondi e stanziamenti dell'Unione Europea | José Barroso | Michel Barnier | Nicolas Sarkozy | Parigi | Pechino | Rainer Brüderle | Wto

 

Da Berlino dunque è arrivata a Bruxelles una lettera di fuoco del ministro dell'Economia, Rainer Brüderle, che tuona contro il pasticciato annacquamento di un testo che a questo punto promette di dimostrarsi inutile.Attaccato su due fronti, e che fronti, Barroso prende tempo in una partita comunque non facile.
La Cina, che oggi ha di fatto il monopolio delle terre rare e ha appena nazionalizzato 11 miniere, promette di strangolare l'Europa stringendo sull'export. Anche volendo, l'Europa non è in grado di reagire in fretta procurandosi fonti alternative (in casa o fuori) o attaccando Pechino alla Wto, magari insieme ad americani e giapponesi. Non che non ci si stia pensando. Già nel 2009 la Cina è stata denunciata a Ginevra per presunto comportamento illecito nel commercio di nove materie prime. Ora a Bruxelles si accarezza l'idea di un secondo ricorso alla Wto, che piace ai tedeschi. E intanto si medita sulla modifica (in aprile) del regolamento Ue sulle preferenze generalizzate. Per inserire una clausola, apparentemente compatibile con le norme della Wto, che stabilisca che chi ne beneficia, come Pechino, non possa adottare restrizioni all'export. Questa ipotesi però è sparita dalla nuova bozza ora in stand-by. Come altre proposte che piacevano ai tedeschi e a tutta l'industria europea.
Non resta che attendere il risultato della mediazione Barroso. Il quale sa bene che l'industria europea non può reggere a lungo il confronto con una Cina che sulle terre rare gioca con le carte truccate regalando ai propri produttori spudorati vantaggi competitivi in fatto di prezzi e di disponibilità.
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