Il Sole 24 Ore
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«Sì all'atomo, ma reattori più piccoli»

Carlo Andrea Finotto



Il piano per il ritorno al nucleare non deve essere abbandonato sotto l'influenza emotiva di quanto sta accadendo in Giappone. Ma occorre tenere in considerazione il parere di tecnici esperti circa le scelte da portare avanti. E la pianura padana non è adatta a ospitare centrali atomiche.
In questi giorni in cui gli occhi del mondo sono puntati sull'evoluzione dell'emergenza radioattiva a Fukushima e diversi governi europei si stanno orientando verso un ripensamento delle politiche energetiche, Bruno Coppi, considerato uno dei padri della fusione nucleare, ha le idee chiare. Coppi, mantovano d'origine ma americano d'adozione, è docente di fisica del plasma al Mit di Boston, coordinatore del Boston energy forum (gruppo che comprende scienziati ed esperti dello stesso Mit, di Harvard e della Boston University) e principal investigator del progetto Ignitor che lavora per rendere fruibile la fusione nucleare e coinvolge Stati Uniti, Italia e Russia.
Professore, è giusto che l'Italia vada avanti con il piano nucleare?
Sì. Penso che sia corretto non abbandonare il processo intrapreso. Ma è importante, per non dire fondamentale, che siano coinvolte persone altamente competenti, che vengano considerati attentamente i dati, le procedure, le scelte dei siti.
Si dice, in questi giorni, che l'Italia ripartendo da zero è avvantaggiata: punterà sulla tecnologia più avanzata. È così?
Oggi esistono sul mercato sostanzialmente due tipi di reattori: l'Epr, realizzato dalla francese Areva (previsto nella centrale di Flamanville, in Francia, si veda il Sole 24 Ore del 17 marzo), e l'Ap 1000 della Westinghouse. Sono entrambi impianti progettati per grandi potenze. Ma io non so per quale motivo si sia deciso di puntare sul modello "francese" piuttosto che su Westinghouse.
Significa che ha delle perplessità sul modello Epr?
No. Significa che non ho visto i dati e che forse poteva essere utile una maggiore discussione e un maggiore confronto tecnico. Quello che posso dire, però, è che molti miei colleghi del Mit di Boston e anche altri esperti non sono così convinti che economia e sicurezza si sposino perfettamente con reattori di grande potenza.
Meglio più piccoli, quindi, rispetto ai 1.650 mW previsti per l'Epr?
Il governo degli Stati Uniti si sta indirizzando con un piano di investimenti per realizzare una serie di centrali di dimensioni relativamente piccole.
L'Italia ha numerose zone sismiche. Qual è il posto ideale per costruire le nuove centrali?
Sicuramente vanno escluse le aree potenzialmente soggette a terremoti. Ma non solo. Sia io che il mio collaboratore Gilberto Faelli che ha una vasta esperienza in qualità di ex operatore della centrale di Caorso (Piacenza, ndr), abbiamo fatto presente a vari livelli che l'intera pianura padana non è adatta a ospitare centrali atomiche.
Per quali motivi? Prima ce n'erano ben due: Trino Vercellese e Caorso, appunto.
I parametri generali riferiti alle centrali di grande potenza sono cambiati nel corso degli anni. In pianura padana non c'è una portata di acqua sufficiente a garantire il dovuto funzionamento degli impianti. Inoltre le correnti d'aria non garantirebbero una dispersione ottimale di una eventuale fuoriuscita di polveri. Sono eventualità remote ed estreme, ma che si devono tenere in considerazione.
Lei è il responsabile del progetto per la fusione nucleare. Quanto siamo distanti dal mettere in pratica questa tecnologia per produrre energia?
Non è possibile dare una risposta seria che non sia solo suggestiva. In questi anni il progetto Ignitor è andato avanti, ma ho l'impressione che non abbia potuto contare su tutte le risorse economiche di cui avrebbe avuto bisogno per compiere gli esperimenti necessari. Se si puntasse decisamente in questa direzione potremmo anche scoprire (come è avvenuto in altri campi) che i tempi sono minori rispetto a quanto immaginiamo.
Qual è il ruolo dell'Italia sul fronte della fusione?
Stiamo lavorando in partnership sia con gli Stati Uniti, sia con la Russia. Io e i miei collaboratori siamo in stretto contatto con Evgeny Velikhov, presidente del Centro Kurchatov e responsabile della parte russa del progetto. L'Italia è in una buona posizione, ma, tutti insieme, dobbiamo riuscire a portare avanti gli esperimenti di base necessari per arrivare a produrre energia in maniera accettabile attraverso la fusione.
carloandrea.finotto@ilsole24ore.com
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