Il Sole 24 Ore
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Giovanni Paolo II e l'Italia,
un rapporto speciale

di Camillo Ruini


Editoriale del cardinale Camillo Ruini, già presidente della Cei e vicario di Roma, del numero 2/11 di Vita e Pensiero, bimestrale dell'Università Cattolica di Milano in uscita nelle librerie mercoledì 11 maggio

Quel senso della vicinanza di Dio, misteriosa ma profondamente reale, quel clima di gratitudine, di speranza e di universale fraternità che hanno caratterizzato i giorni del ritorno di Karol Wojtyla alla casa del Padre non sono mai venuti meno nel corso di questi anni, come testimonia la folla imponente e silenziosa dei visitatori della sua tomba. Trovano però la più autorevole conferma nella beatificazione e ne traggono nuovo vigore e attualità. Da qui possiamo ricavare la giusta chiave ermeneutica per risalire alla matrice unificante di un pontificato straordinariamente lungo, multiforme, ricco di efficacia per la storia come per la fede. Esso infatti non può essere compreso se non a partire da quell'intimo e pervasivo rapporto con Dio che ha plasmato la vita del Papa polacco, prima di divenire universalmente evidente nei giorni della sua morte. Ciò che ora cercherò di dire su Giovanni Paolo II e l'Italia va dunque letto in questa prospettiva.


Inevitabilmente, mi baserò in larga misura sull'esperienza diretta che ho potuto fare con lui. Questa esperienza, però, ha avuto inizio solo nell'autunno 1984, quando si stava preparando il Convegno ecclesiale di Loreto, mentre i primi anni del pontificato avevano già visto Giovanni Paolo II molto attento alla situazione italiana: da essi non si può quindi prescindere.


Penso utile ricordare anzitutto una netta affermazione, pronunciata poche settimane dopo l'elezione e che ha trovato puntuale verifica lungo tutto il pontificato: «Sono profondamente consapevole di essere diventato Papa della Chiesa universale perché Vescovo di Roma. Il ministero (munus) del Vescovo di Roma, quale successore di Pietro, è la radice dell'universalità» (dal Discorso al clero romano del 9 novembre 1978). Ma Roma è la capitale d'Italia: perciò il titolo di Primate d'Italia non è mai stato inteso da Giovanni Paolo II come semplicemente onorifico, bensì come una precisa e primaria responsabilità pastorale.


Naturalmente questa responsabilità egli l'ha esercitata in conformità alle sue convinzioni di fondo, teologiche, pastorali e storico-culturali. È stata decisiva, al riguardo, la certezza che Dio, il Dio di Gesù Cristo, sta al centro della vita e della storia. In un tempo che, all'inizio del pontificato, appariva caratterizzato dagli sviluppi della secolarizzazione e dalla progressiva marginalizzazione del cristianesimo, Papa Wojtyla è stato invece portatore di una diversa analisi storica. Per lui la secolarizzazione aveva già superato il suo apogeo ed era aperto lo spazio per una nuova, vigorosa e concreta proposta della fede. Emblematica della sua diagnosi della modernità è la tesi con cui si apre la sua seconda enciclica, Dives in misericordia: «Mentre le varie correnti del pensiero umano […] sono state e continuano a essere propense a dividere e perfino a contrapporre il teocentrismo e l'antropocentrismo, la Chiesa invece, seguendo il Cristo, cerca di congiungerli nella storia dell'uomo in maniera organica e profonda.

E questo è anche uno dei principi fondamentali, e forse il più importante, del magistero dell'ultimo Concilio» (n. 1). Nella sua ottica e nella sua prassi, di una fede culturalmente incarnata, questa era per lui tutt'altro che una diagnosi soltanto teorica. È importante aggiungere che la proposta di congiungere teocentrismo e antropocentrismo non era affatto un rifiuto della modernità e un ripiegamento sul passato, come non era – dall'altra parte – uno sposare acriticamente le istanze della modernità. Era piuttosto uno sforzo per andare oltre questa contrapposizione, per correggere dall'interno il corso della modernità e farle superare quei limiti e quelle chiusure che rischiavano di spingerla in un vicolo cieco: rischio che oggi diventa sempre più evidente, per la crisi dell'antropocentrismo che deriva inevitabilmente dalla tendenza a ridurre il soggetto umano a un prodotto della natura. Ritornando ai rapporti tra Giovanni Paolo II e l'Italia, tenterò ora di individuare due periodi di più forte coinvolgimento del Papa nelle vicende italiane, nel primo dei quali il principale oggetto della sua attenzione è stata la Chiesa italiana, mentre nel secondo si è preoccupato soprattutto della sorte della nostra nazione. Concentrandomi su questi due aspetti rinuncio a prendere in esame tanti altri profili, che pure sarebbe importante considerare per definire compiutamente il rapporto di questo Papa con l'Italia. Il primo periodo occupa all'incirca il primo decennio del pontificato e ha chiaramente il suo culmine nel Convegno di Loreto dell'aprile 1985. In quegli anni l'impegno di Giovanni Paolo II era volto essenzialmente a far comprendere e accogliere dalla Chiesa italiana, in particolare dall'episcopato e dalle più significative organizzazioni laicali, come l'Azione Cattolica, l'idea – e la fiducia – che i processi di secolarizzazione potessero essere efficacemente contrastati, attraverso una presenza evangelizzatrice che si rivolgesse anche alle dimensioni pubbliche dell'esistenza, cioè agli ambiti culturali, sociali, economici e politici, oltre che a quelli – comunque determinanti e insostituibili – dell'educazione delle persone e della formazione delle coscienze. Man mano che aumentava la sua conoscenza della Chiesa italiana, il Papa percepiva infatti più chiaramente la presenza di un convincimento diffuso, tacito più che dichiarato, secondo il quale il processo di secolarizzazione sarebbe stato irreversibile e pertanto l'unica strategia pastorale, ma anche culturale e politica, con speranze di risultati non effimeri avrebbe dovuto essere quella non tanto di contrastare tale processo, quanto piuttosto di accompagnarlo ed "evangelizzarlo" dall'interno, affinché non degenerasse in un secolarismo decisamente ostile alla fede cristiana.

L'alternativa a queste posizioni il Pontefice l'ha formulata in varie occasioni e, nella maniera più organica, con il discorso al Convegno di Loreto, dove, in presenza del «processo di secolarizzazione, che spesso si esprime in una vera scristianizzazione della mentalità e del costume», indicava alla Chiesa il compito di «iscrivere la verità cristiana sull'uomo nella realtà di questa nazione italiana», «affinché la fede cristiana abbia, o ricuperi, un ruolo guida e un'efficacia trainante, nel cammino verso il futuro» (dal Discorso al Convegno di Loreto dell'11 aprile 1985, nn. 3 e 7). La simpatia e l'affinità spirituale di Giovanni Paolo II nei confronti dei nuovi movimenti ecclesiali protesi all'evangelizzazione ha qui le sue radici e ha costituito in quegli anni un motivo di difficoltà nei rapporti tra il Papa e gran parte dell'episcopato italiano. Anche la scelta di affidare a me, nel giugno 1986, il compito di segretario generale della Cei va inquadrata all'interno di un tale disegno pastorale e storico-culturale.

In seguito, quando ormai si sentiva pienamente fiducioso riguardo agli indirizzi della Chiesa in Italia, il Papa polacco ha avuto forti motivi di preoccupazione per le vicende dell'Italia come nazione, spesso chiamata da lui sua «seconda Patria». Erano gli anni 1992-95, segnati da una crisi profonda e da un trapasso che per certi versi a tutt'oggi non si è concluso. Giovanni Paolo II visse quella crisi con stupore e sofferenza, non tanto per ragioni attinenti alla politica come tale, e in concreto al collasso della Democrazia Cristiana, ma più globalmente, perché vi ravvisava una minaccia per l'intera nazione, per il suo radicamento cristiano e per il suo ruolo in Europa. Il Papa non rimase in silenzio, ma pubblicò il 6 gennaio 1994 una Lettera ai Vescovi italiani sulle responsabilità dei cattolici di fronte alle sfide dell'attuale momento storico, in cui già preannunciava l'iniziativa della "Grande preghiera per l'Italia e con l'Italia", realizzata nei mesi successivi. Proprio quella lettera ci consente di cogliere in profondità l'idea che Karol Wojtyla aveva dell'Italia e della sua missione storica. Fin dall'inizio egli fa riferimento alle «tre grandi eredità», della fede, della cultura e dell'unità, che rappresentano «il patrimonio più prezioso del popolo italiano» (n. 1). Poi parla del disegno, «coraggioso» e però «realistico», di edificare una «nuova Europa» concepita da statisti animati da profonda fede cristiana, come De Gasperi, Adenauer e Schuman (n. 3). A questo punto si trovano le affermazioni fondamentali: «Sono convinto che l'Italia come nazione ha moltissimo da offrire a tutta l'Europa. Le tendenze che oggi mirano a indebolire l'Italia sono negative per l'Europa stessa e nascono sullo sfondo della negazione del cristianesimo». E poco più avanti: «All'Italia, in conformità alla sua storia, è affidato in modo speciale il compito di difendere per tutta l'Europa il patrimonio religioso e culturale innestato a Roma dagli apostoli Pietro e Paolo» (n. 4). In riferimento alle iniziative giudiziarie che sconvolsero il quadro politico, Giovanni Paolo II riconosce che colpe non sono mancate e vanno perseguite, ma aggiunge: «Un bilancio onesto e veritiero degli anni dal dopoguerra a oggi non può dimenticare, però, tutto ciò che i cattolici, insieme ad altre forze democratiche, hanno fatto per il bene dell'Italia».

E ancora: «È ovvio che una società ben ordinata non può mettere le decisioni sulla sua sorte futura nelle mani della sola autorità giudiziaria. Il potere legislativo e quello esecutivo, infatti, hanno le proprie specifiche competenze e responsabilità» (nn. 6-7). Finalmente, riguardo alla missione della Chiesa in Italia, si dichiara convinto, come il defunto presidente Sandro Pertini, «che la Chiesa in Italia possa fare molto di più di quanto si ritiene. Essa è una grande forza sociale che unisce gli abitanti dell'Italia, dal Nord al Sud. Una forza che ha superato la prova della storia» (n. 8).

Giovanni Paolo II non era uomo da accontentarsi di denunce o di affermazioni di principio. Meno di due anni dopo quella Lettera, nel discorso al Convegno ecclesiale di Palermo, egli indicava con chiarezza i profili di un nuovo rapporto della Chiesa con la mutata realtà culturale e politica italiana, che prendeva atto della fine dell'unità politica dei cattolici, ma non comportava «in alcun modo il venir meno di quei compiti e obiettivi di fondo che già indicavo […] nel Convegno ecclesiale di Loreto». In concreto, il non coinvolgimento della Chiesa «con alcuna scelta di schieramento politico o di partito […] nulla ha a che fare con una "diaspora" culturale dei cattolici, con un loro ritenere ogni idea o visione del mondo compatibile con la fede, o anche con una loro facile adesione a forme politiche e sociali che si oppongano, o non prestino sufficiente attenzione, ai principi della dottrina sociale della Chiesa» (dal Discorso al Convegno di Palermo del 23 novembre 1995, n. 10). Essendomi trovato a gestire, come presidente della Cei, quella non facile congiuntura, so quanto importante sia stata la funzione di orientamento e di sostegno che Giovanni Paolo II ha saputo esercitare. L'idea di una grande missione storica affidata oggi all'Italia nella costruzione dell'Europa unita, in virtù del patrimonio di fede e cultura cristiana di cui l'Italia deve essere portatrice, può apparire abbastanza utopica e sganciata dal corso effettivo della storia, sia per gli orientamenti che prevalgono nella cultura e negli assetti legislativi europei, allontanandoli sempre più dall'eredità cristiana, sia per la presenza di simili tendenze anche in Italia (dove incontrano però una resistenza più efficace), oltre che per i limiti del ruolo dell'Italia stessa in Europa. Ma forse Giovanni Paolo II ha avuto una percezione della realtà e delle risorse del nostro popolo più acuta e profonda di quella, tendenzialmente pessimistica e a volte rinunciataria, che è molto diffusa tra noi italiani. Personalmente posso testimoniare che tra i rappresentanti delle Conferenze episcopali europee, con i quali ho avuto per vent'anni un rapporto costante, si è andata sempre più affermando l'idea di assumere la Chiesa italiana e le modalità della sua presenza pastorale e socio-culturale come paradigma a cui ispirarsi, ovviamente nei limiti consentiti dalle diverse situazioni concrete. Se poi, dalle valutazioni, sempre ipotetiche, sui futuri sviluppi storici, ci spostiamo a considerare le esigenze intrinseche della missione cristiana nel nostro tempo, diventa difficile non convenire con Giovanni Paolo II – e con il suo successore Benedetto XVI – che l'Italia, per la relativamente maggiore vitalità della presenza cristiana in essa a paragone di altri Paesi europei, ha effettivamente un compito da svolgere in Europa, al quale farà bene a non sottrarsi.