Il Sole 24 Ore
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MICROCOSMI 25 ANNI DI LEGA

Aldo Bonomi


di Aldo Bonomi

Chissà se Bossi, guardando il suo popolo dal palco di Pontida, andrà indietro nel tempo. Facendo un bilancio del come sono cambiati il leghismo e i territori del nord. Chiedendosi se tiene ancora l'empatia, la simbiosi, che ha prodotto un movimento che si è fatto partito nuovo, allora, ed è partito chiave oggi per il centro destra e non solo. Gli osservatori della politica guarderanno tutti a Pontida per capire. È interessante scavare in quell'empatia che, quotando alla politica il sentire territoriale, ha prodotto una fenomenologia del populismo di territorio che tiene assieme passioni e interessi del "popolo del nord" da più di un ventennio. Capire se tiene ancora la simbiosi tra Lega e composizione sociale del nord del Paese mi pare questione politica quanto il seguire la dialettica delle alleanze tra Bossi e Berlusconi o le dichiarazioni di Bersani e di Vendola sulla "riconquista" del nord in base alle ultime elezioni amministrative.
Non so se Bossi ha nostalgia militante. Credo di sì, non fosse altro che per la gioventù di quando attacchinava manifesti inneggianti all'identità locale. Erano gli anni 80. Si rivolgeva agli spaesati, agli abitanti delle vallate alpine al margine della Milano e della Lombardia che già allora era una delle quattro regioni d'Europa motori dello sviluppo e del benessere. Spaesati che avevano paura di rimanere senza paese. A fronte dell'avanzata degli ipermercati nel fondo valle, chiudevano i piccoli negozi di prossimità come chiudevano i bar di paese e venivano avanti pub e discoteche. Si chiudevano i piccoli ospedali vicini, l'ufficio postale dove ritirare le pensioni e si accorpavano scuole e servizi. Dalla città, da fuori, arrivavano i forestieri con le seconde case e i "vizi" metropolitani. Ebbe buon gioco la piccola intuizione di dare "una casa politica" agli spaesati suggerendo di tornare all'identità originaria, al dialetto e alle tradizioni che perimetravano il locale. Ed anche individuare il "nemico" nel funzionario pubblico che veniva dal sud, nell'insegnante che sempre dal sud veniva occupando quei posti "comodi" dove si lavorava con le parole e non con la fatica di quel ciclo da economia informale fatto da un po' di agricoltura di montagna, molto lavoro transfrontaliero nella vicina Svizzera e un diffuso ciclo dell'edilizia per le seconde case. Ricorderà Bossi che la Lega era allora un piccolo movimento allo stato nascente. Pur nella crisi dei grandi partiti della prima repubblica, non sembrava un competitor nel suo embrionale populismo alpino o prealpino.
Se vogliamo usare la metafora del torrente che si fa fiume andando verso la pianura, il movimento si fece partito quando si rivolse agli stressati della pedemontana lombarda. Alle piccole e fredde passioni economiche degli artigiani, dei commercianti e dei piccoli imprenditori del capitalismo molecolare. Quelli al lavoro con tutta la famiglia nel ciclo della subfornitura del postfordismo che esternalizzava fuori dalle mura delle imprese parte del ciclo produttivo. Erano sotto stress perché non bastava più essere un simbiotico intreccio tra famiglia e impresa per reggere la competizione. Arrivava la brezza dell'internazionalizzazione che sarebbe diventata vento della globalizzazione. Sarebbe venuto dopo quel forte movimento di imprese che dalle pedemontane del lombardo-veneto avrebbe creato italici distretti come Timisoara in Romania. Allora gli stressati erano in difficoltà. Anche con loro funzionò l'intuizione elementare che la colpa era di Roma ladrona: delle tasse. Parola chiave anche dell'oggi mi pare, con Tremonti in mezzo tra Bossi e Berlusconi. Ma allora, quel movimento che si faceva partito, delineava un blocco sociale che iniziava a contare.
Anche oggi a Pontida si parlerà molto di Libia, come allora di Albania. Conquistata Milano, il passo verso Roma e il governo è storia politica. Di una forma partito in costante crescita al nord sino a giungere, in anni recenti, ad oltrepassare il Po verso l'Emilia. Applicando una strategia antica, da partito di lotta e di governo, aggiornata nel farsi sindacato del territorio che va a Roma per negoziare ed ottenere. Negoziare al centro rivendicando bisogni e paure del nord: dalla modernizzazione incompiuta delle infrastrutture, dalla pedemontana lombarda al passante di Mestre.
Vista dal suo territorio, raccontata la composizione sociale di riferimento, la domanda politica della Pontida di oggi mi pare sia il chiedersi se e come è cambiato questo blocco sociale che si è fatto popolo del nord. L'arco alpino e prealpino degli spaesati è diventato negli ultimi venti anni un distretto alpino che, da Cuneo a Gorizia, ha sempre una delle sue province in testa alla classifica del Sole 24 Ore per Pil e qualità della vita. Altro dal margine montano di un tempo. Si caratterizza per grandi temi come il turismo, l'ambiente, l'acqua e le risorse idroelettriche e la logistica per attraversare le Alpi, Val Susa docet.
Milano non è più quella del '93. Una nuova composizione terziaria è venuta avanti fatta di nuove professioni, di servizi alle imprese e lavoratori della conoscenza. Il rapporto tra le città e quell'Italia "non metropolitana", che per semplicità chiamo contado, è mutato nei cicli lunghi del modello di capitalismo. Il ciclo ventennale del capitalismo molecolare del tutti imprenditori è entrato in una condizione di grande fatica. Sia nel terziario che nel manifatturiero il tempo della proliferazione è finito. Siamo entrati nel tempo della selezione. Schematicamente mi azzardo a dire che il punto politico nel nord del paese è fare una nuova sintesi tra contado manifatturiero e città terziaria. Chissà se a Pontida questo tema territoriale verrà posto all'attenzione del popolo del nord.
bonomi@aaster.it