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Questo articolo è stato pubblicato il 27 giugno 2011 alle ore 06:38.

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Paolo Migliavacca
Da venerdì la Polonia sarà al centro della scena europea. Dapprima il semestre di presidenza Ue, il primo dall'ingresso del Paese nell'Unione, avvenuto nel 2004. Poi, l'anno prossimo, i campionati europei di calcio, organizzati in condominio con l'Ucraina. Due eventi che aiutano a mettere in evidenza l'ottima fase economica attraversata dal Paese. Che la Polonia abbia riacquisito l'antico orgoglio e creda in se stessa con rinnovata fiducia lo dice il "mantra", ripetuto ovunque a livello ufficiale, secondo cui la Polonia è il solo Paese europeo non caduto in recessione durante la crisi mondiale del 2008-2010. È anche il Paese più beneficato dagli aiuti Ue: ben 81,2 miliardi di euro erogati per il periodo 2007-2013, tra politiche di coesione (67,3 miliardi), politica agricola comune (13,2) e assistenza alla pesca (0,7). Ma, soprattutto, è un Paese che li spende presto e bene: il 63,9% è già stato allocato.
Le ultime due voci degli aiuti hanno saputo disinnescare la fiera resistenza dei contadini, la sola categoria davvero contraria all'adesione all'Europa. Ma è il resto dell'enorme "pacchetto" di sostegno a rendere comunque popolare l'appartenenza alla Ue: secondo un sondaggio pubblicato mercoledì scorso dal quotidiano Gazeta Wyborcza, il 74% dei polacchi ritiene che la Ue abbia «portato frutti positivi al Paese» e solo l'adozione dell'euro vede il 53% contrario.
La Polonia odierna è un unico cantiere. Con il pretesto di dotare il Paese di una rete d'infrastrutture finalmente moderne, ovunque si stanno costruendo autostrade, ferrovie, aeroporti. Cosa che ha prodotto un circolo virtuoso fatto di uno stock di circa 129 miliardi d'investimenti esteri, di un crollo della disoccupazione (dal 20% del 2003 al 9,5% del 2009, anche se l'anno scorso il livello è tornato al 12,3%) e di un contenimento dell'inflazione (2,5% nel 2010). Il tutto condensato in un tasso di sviluppo del 4,5% medio annuo tra il 1996 e il 2010, uno dei migliori risultati continentali.
Ulteriore iniezione d'ottimismo giunge dalla scoperta d'ingenti risorse di shale gas (gas da scisti argillosi). Secondo le prime stime, avallate dalla Iea (Agenzia internazionale per l'energia), si tratterebbe di 5.200 miliardi di metri cubi che, a fronte di consumi attuali inferiori a 15 miliardi annui, lascerebbero ampi margini per l'export, consentendo in un colpo solo di eliminare la dipendenza dall'import russo, di tagliare di almeno il 40% i costi delle forniture alle imprese e, soprattutto, di presentarsi come un'alternativa provvidenziale per i Paesi baltici (anch'essi desiderosi di abbandonare le forniture di Mosca) e per la Germania che, dismessa l'opzione nucleare, dovrà trovare un'alternativa entro fine decennio. Proprio quando i giacimenti polacchi dovrebbero iniziare a produrre.
Di questa "manna energetica" beneficeranno certo i conti pubblici, già ora gestiti con rigore: nella Costituzione del 1997 è scritto a chiare lettere che il debito pubblico non può superare il 60% del Pil. Ma se ne avvantaggeranno anche i conti delle imprese, grazie al vistoso taglio dei costi, che già ora sono positivi: i profitti a inizio anno erano di circa 5,5 miliardi di euro, grazie anche a una "flat tax" sugli utili abbattuta dal 28 al 19% nel 2004. Ciò ha consentito alle aziende di rafforzarsi sempre più, tanto da essere già pronte a internazionalizzarsi: entro alcuni mesi dovrebbero avvenire le prime acquisizioni polacche in Italia, come ammettono ambienti bancari di Varsavia.
Questo grazie anche a una moneta, lo zloty, che nel quinquennio 2004-2008 si è apprezzata del 30% sull'euro e del 50% sul dollaro. Proprio la moneta forte, che rischiava di creare problemi ai flussi di scambio (il passivo commerciale era balzato in quel periodo da 2,2 a ben 24,7 miliardi di euro), crea un certo imbarazzo nelle scelte future. Il Governo polacco resta infatti impegnato ad aderire al più presto all'euro, ma i contraccolpi della crisi 2008-2009 – sentiti anche qui, seppur in forma attutita – hanno modificato quanto meno la tempistica.
Se fino alla vigilia della crisi era il 2012 la possibile data, oggi il rispetto di tutti i parametri è spostato almeno al 2015, meglio ancora al 2016-2018. Infatti la Polonia, dei criteri macro di Maastricht, a maggio 2011 rispettava solo quelli dei tassi d'interesse a lungo termine (6%) e del rapporto debito pubblico/Pil (55%).
Dal Governo non traspare più l'entusiasmo di un tempo. «Da un punto di vista egoistico, potrebbe anche risultare utile restare fuori dalla moneta comune – ammette Rafal Baniak, sottosegretario all'Economia –. Ma l'euro per noi è una scelta di coerenza: abbiamo votato un trattato di adesione che lo prevedeva e lo rispetteremo». Linea ribadita dal collega alle Finanze, Dominik Radziwitt: «A medio termine vogliamo e dobbiamo entrare: è una scelta strategica».
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