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Questo articolo è stato pubblicato il 28 settembre 2011 alle ore 20:35.
L'ultima modifica è del 28 settembre 2011 alle ore 17:18.

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Saverio Romano e Silvio Berlusconi (Ansa)Saverio Romano e Silvio Berlusconi (Ansa)

Umberto Bossi che gli siede accanto a suggellare il sostegno del Carroccio. Cori e fischi dei deputati dell'opposizione che inveiscono contro gli ex Responsabili prima dello scrutinio. Ma soprattutto i sei radicali che non votano lanciando un formidabile assist alla maggioranza dopo aver alzato dei cartelli con la scritta "amnistia (e ora il Pd valuta la loro espulsione, mentre Rosy Bindi li bolla come «inqualificabili»). E lui, Francesco Saverio Romano, ministro delle Politiche agricole sotto inchiesta per mafia a Palermo, che strappa il "no" della Camera alla mozione di sfiducia presentata dai democratici: 315 i voti contrari, 294 quelli favorevoli. Con Gianfranco Fini che commenta amaro:«Seduta agitata? Mi sembra che si sia aperta la campagna elettorale... per l'esperienza che ho». E Pier Ferdinando Casini a ruota. «L'atmosfera è un po' surriscaldata, eccessiva. Stendiamo un velo pietoso». Mentre il Senatur prima attacca i magistrati («sono i primi a far casino»), poi spiazza tutti dopo aver liquidato come «normale» il voto di oggi. «Avanti fino al 2013? Non lo so. Oggi è andata bene».

Berlusconi soddisfatto, dice Romano, ora riforme fino al 2013
In un'aula caldissima il ministro supera così il test della Camera con un ampio scarto. «La Lega è stata compatta, tutta la coalizione lo è stata - commenta Romano a caldo -. Berlusconi è molto soddisfatto, anche perché ci sono stati 315 voti con le assenze giustificate e questo significa che la maggioranza è a 325 e si possono fare le riforme da qui alla fine della legislatura». Tra un mese, però, lo attende un nuovo bivio: l'udienza del gup di Palermo, il prossimo 25 ottobre, che dovrà decidere se rinviarlo o meno a giudizio per concorso esterno in associazione mafiosa. In serata poi Berlusconi avrebbe detto, parlando ad alcuni esponenti del Pdl secondo quanto si apprende da fonti di maggioranza riprese dalle agenzie, che «ci vuole una commissione d'inchiesta sul comportamento dei magistrati».

La difesa del ministro: giudici soverchiano il Parlamento
Prima di difendersi davanti ai giudici, però, Romano rivolge ai colleghi di Montecitorio un'accorata arringa nel corso della quale tuona comunque contro la magistratura «irresponsabile». «Quello che un tempo era l'ordine giudiziario ormai ha soverchiato il Parlamento e ne vuole condizionare le scelte. Mi sarei aspettato - spiega ilministro- un atto ispettivo», per capire «come mai un uomo che svolge una funzione pubblica possa essere stato tenuto otto anni sulla graticola». Davanti ai colleghi, Romano non risparmia però staffilate all'opposizione rea di aver predisposto una mozione «odiosa». «Sono stato oggetto di una campagna di aggressione che non auguro a nessuno. Piena, oltretutto, di grossolane inesattezze».

Scintille in aula prima del voto
Una risposta articolata al tentativo di disarcionamento messo in campo dai democratici contro il ministro accusato di concorso esterno in associazione mafiosa. Il responso a favore di Romano fila via liscio. Ma la tempesta si scatena, eccome, durante le dichiarazioni di voto. Con Antonio Di Pietro che torna a gettare benzina sul fuoco dopo l'affondo mattutino («se non si dimette, arriva la violenza»). «Lei - dice l'ex pm rivolgendosi a Romano - sta ricevendo il corrispettivo di un voto di scambio, così come avviene nelle organizzazioni mafiose». Poi la tensione sale ancora quando a prendere la parola in aula è il capogruppo degli ex Responsabili. Con gli ex compagni di Fli e i deputati del Pd che gli urlano "venduto, venduto" quando Silvano Moffa osa dire che la mozione contro Romano è una vendetta per il voto del 14 dicembre scorso.

Bossi: non ci saranno sorprese
Nessuno nell'opposizione si fa illusioni sull'esito del voto che Silvio Berlusconi ha blindato strappando anche il sostegno della Lega. Ribadito oggi da Umberto Bossi: «Sorprese? Penso di no», rassicura il Senatur arrivando alla Camera. E il colloquio che si consuma nell'aula di Montecitorio tra Romano e il ministro leghista Roberto Calderoli, come pure il Bossi seduto accanto a Romano prima dello scrutinio, sono la plastica rappresentazione dell'armistizio tra il leader dei Pid e il Carroccio. Che a quella poltrona, occupata ora dall'ex Dc, ha sempre guardato con grande interesse, ma che alla fine si è allineato al diktat giunto dall'alto.

Venti assenti in aula. Fuori la catena umana del Popolo Viola
Insomma, nessun intoppo per la maggioranza. D'altro canto l'ordine di scuderia fatto partire dal Pdl e dalla Lega è stato categorico: annullare tutti gli impegni per essere presenti in aula. E alla fine dall'elenco dei venti assenti spuntano poche sorprese: 2 di Fli (Tremaglia e Buonfiglio), 7 del gruppo Pd (6 Radicali più Marianna Madia che ha partorito), 6 del Pdl (Angeli, Armosino, Cristaldi, Franzoso, Papa, Versace), 1 (Ricardo Merlo) dell'Udc. Tra gli assenti anche l'ex ministro Calogero Mannino, Roberto Commercio e Carmelo Lo Monte dell'Mpa, Antonio Gaglione del gruppo Misto. Ma le assenze non cambiano il finale della partita. Mentre davanti a Montecitorio il Popolo Viola mette in scena un sit-in e una "catena" umana di protesta contro il ministro. Poi la mobilitazione si sposta nella centralissima piazza romana di Santi Apostoli per la "notte della legalità".

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