Il Sole 24 Ore
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Il conto salato del divorzio

Adriana Cerretelli



Mancano sette giorni al vertice europeo di Bruxelles. All'appuntamento con il destino dell'euro, come ormai lo considerano quasi tutti. Oggi e domani Nicolas Sarkozy e Angela Merkel faranno conoscere la rispettiva dottrina europea. Mario Monti invece non farà discorsi per l'Europa ma fatti. «Parlerò con le misure che adotteremo lunedì» ha detto ieri alla fine della riunione dei ministri Ecofin. Fatti, decisioni serie e compiute. Basta con i soliti passi a metà regolarmente sanzionati dal giudizio implacabile dei mercati. I 17 dell'euro dovrebbero averlo capito da tempo. Invece no.
«Sapete quale considero oggi la peggior minaccia alla sicurezza e alla prosperità della Polonia? Non il terrorismo né i talebani, certo non i carri armati tedeschi e neanche i missili russi che Medvedev ha appena minacciato di dispiegare ai confini europei. La più grande minaccia sarebbe il collasso dell'euro» ha affermato in un accorato discorso a Berlino il ministro degli Esteri Radek Sikorski.

«Per la sua e nostra salvezza - ha aggiunto Sikorski - chiedo alla Germania di aiutarci a sopravvivere e prosperare. Nessun altro può farlo. Quindi io sarò probabilmente il primo ministro degli Esteri polacco della storia a dirlo ma lo dico: temo la potenza tedesca meno di quanto comincio a temere la sua inerzia». Ci voleva un polacco, le cicatrici indelebili di una tragica storia con il vicino tedesco, la grande speranza di un futuro migliore dopo il lungo gelo comunista, lo sguardo allarmato di un europeo, che sta fuori dall'euro ma vorrebbe entrarci, per provare a dare una scrollata a chi l'euro ce l'ha ma, come spesso accade, non riesce più a vederne i grandi benefici. E quindi nemmeno le devastazioni che accompagnerebbero la sua caduta. Per tutti, nessuno escluso.
Con asset esteri pari a 6mila miliardi di euro, per lo più concentrati nei partner euro, la Germania sarebbe travolta dalla frammentazione della moneta unica, avverte Jean Pisani-Ferry, direttore del think tank Bruegel. Per questo «è nel suo assoluto interesse assicurare una durevole stabilità in Europa». A scoraggiare qualsiasi sogno secessionista, sia dei Paesi più vulnerabili tentati di fuggire da rigore draconiano e riforme dolorose dettate da Bruxelles e Berlino, sia dei Paesi più forti (il clan della tripla A, magari convinti di poter lasciare senza danni la barca che affonda riaggregandosi in un piccolo euro o in un grande marco), ci pensa però uno studio appena pubblicato della BertelsmannStiftung.
I costi di un divorzio sarebbero paurosi per chiunque. Per i Paesi più deboli e indebitati come Grecia, Portogallo, Spagna e Italia, un ritorno alle monete nazionali comporterebbe una svalutazione ipotizzata fino al 60% rispetto al blocco euro. Con crollo degli investimenti transfrontalieri, ripristino dei controlli sui movimenti di capitale, forte perdita di fiducia all'interno del sistema finanziario, enormi ostacoli tecnici e legali. Non solo. Economia in deflazione, caduta delle entrate fiscali e impennata del deficit pubblico. Data la maggiore difficoltà a finanziarsi sul mercato dei capitali, due scelte possibili: varare pesante austerità o stampare moneta. Inflazione, erosione del risparmio.
La probabile conversione del debito dall'euro in moneta nazionale verrebbe classificato come default. Costi di finanziamento e premi di rischio salirebbero di 700 punti base. L'analogo processo per i depositi delle banche, tra l'altro ormai impossibilitate a battere liquidità alla Bce, vedrebbe il ritorno dei controlli e tetti giornalieri al ritiro di cash per bloccare fughe dei capitali. A una svalutazione del 60% i partner Ue risponderebbero con dazi del 60% sull'export dei separatisti. Fine anche dell'Unione europea.
In soldoni la scelta costerebbe inizialmente tra 9.500 e 11.500 euro pro capite, cioè il 40-50% del Pil. Poi dai 3mila ai 4mila euro all'anno. Un disastro. Nemmeno per i magnifici quattro della tripla A, Germania, Olanda, Finlandia, Austria (lo studio non considera Francia e Lussemburgo della partita) sarebbe un affare uscire dall'euro. Tutt'altro. Il grande marco si apprezzerebbe subito del 40% rispetto all'euro, facendo crollare l'export tedesco e mettendo fuori mercato le sue piccole e medie imprese. Il mini-club si ritroverebbe con il debito detenuto in euro svalutato rispetto a quello nella nuova moneta e proteste assicurate da parte dei detentori. Con la necessità di convertire tutte le obbligazioni societarie e di ricapitalizzare le banche commerciali con asset in euro. E l'aumento di 200 punti base dei costi di finanziamento.
Tra moneta forte, reciproche barriere tariffarie, riduzione della crescita economica nell'area euro, il volume del commercio tra ricchi e poveri crollerebbe del 20%. Costo pro capite immediato per la Germania tra 6mila e 8mila euro, pari al 20-25% del Pil. E negli anni successivi di 3.500-4.500 euro. Il tutto, quando per i tedeschi i costi di un default congiunto di Grecia, Irlanda e Portogallo, accompagnato dalla ristrutturazione del debito con haircut del 50%, supererebbero di poco i mille euro a testa.
La morale è evidente. Meglio decidere davvero al vertice di Bruxelles disarmando gli ardori della speculazione. Meglio che ognuno faccia i compiti a casa. I Paesi fuori linea accettando, con austerità e riforme, anche di finire con la sovranità di bilancio in amministrazione controllata. La Germania assicurando in cambio solidarietà, cioè la garanzia collettiva sul debito dell'area. Fantaeurolandia? «Se il progetto europeo crolla, ci si può chiedere quanto tempo ci vorrà per ritrovare di nuovo lo status quo. Ricordate la rivoluzione tedesca del 1848: quando fallì, a noi tedeschi ci sono voluti 100 anni per ritrovare lo stesso livello di democrazia». Parola di Jürgen Habermas.
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